set 6

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15 – 19 novembre 2011

ELIMINATORIE E SEMIFINALI

15 – 18 novembre – Roma, Chiesa Arciconfraternale S. Caterina da Siena

CONCERTO DI GALA IN MONDOVISIONE SU TELEPACE

19 novembre – Roma, Basilica SS. XII Apostoli

In occasione del suo undicesimo anniversario torna a Roma – dal 15 al 19 novembre – il Concorso Internazionale Musica Sacra 2011, l’unico al mondo dedicato ai giovani cantanti di musica sacra. Ideata, promossa e diretta da Daniela de Marco, la manifestazione ha come obiettivo quello di valorizzare e diffondere la Musica Sacra attraverso la scoperta di nuovi talenti da inserire nel circuito musicale internazionale mediante una giuria formata da agenti e direttori artistici delle più importanti realtà europee che, oltre ad offrire una comprovata esperienza nel settore, sono soprattutto in grado di aiutare concretamente i vincitori. Read the rest of this entry »

feb 10

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Il portafoglio dei contratti paneuropei della SIAE si arricchisce di un nuovo importante accordo: l’intesa con Microsoft per il servizio di intrattenimento Zune.

Grazie alla licenza per l’utilizzazione del repertorio musicale della SIAE, Zune aumenta la gamma dei servizi legali a disposizione degli utenti.

Il Vice Direttore Generale della SIAE Manlio Mallia ha espresso soddisfazione per questo nuovo successo nella strategia di sviluppo e di tutela dei diritti d’autore online, sottolineando che la SIAE, sia autonomamente sia attraverso la partnership italo-franco-spagnola Armonia (www.armoniaonline.com), dà un contributo proattivo alla costruzione del futuro della musica online. La disponibilità di servizi di intrattenimento come Zune, che offre musica e video in abbonamento attraverso dispositivi e piattaforme diverse come PC, Xbox LIVE e Windows Phone 7, dà agli utenti un’opzione legale in più e offre agli associati alla SIAE una nuova vetrina europea.

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Ufficio Stampa SIAE  06 5990 2695-2225 press@siae.it

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nov 9

 

 

ad altri,

me compreso.

 

 

E’ così — levandosi forse beffardo — che Lino Angiuli intende “suonare” al pubblico una sua recente raccolta di parole e musica:

 

 

ventotto 

 

 

L’epigrafe è un inizio sicuro, duro, che anticipa audacemente il carattere mordace di ciascun componimento sonoro (parole e musica, appunto) che, chiuso dapprima in gelosa custodia, silente vibra tra le pagine del volume, in attesa di essere poi sprigionato dalla propria lettura e da questa — come per magia — essere reso canto (e musica, dai brani su spartito inclusi nel libro).

 

Alla lettura di questa dedica, si ha la sensazione di ondeggiare tra le sonorità delle prime quattro battute di apertura della Sinfonia n. 1 di Ludwig van Beethoven, per poi, proseguendo tra i versi delle poesie, sentirsi scagliare con forza tra i ritmi ossessivi e le tensioni dai timbri stridenti della Sagra di primavera di Igor Stravinsky, che il farsi essere di queste poesie, nel loro insieme compositivo e sonoro, alle nostre orecchie riesce a ri-costruire

 

… /Non potrò mai diventare Dio/né per concorso né grazie/alle parole del Discorso/né sfruttando al massimo il rimorso/non c’è evidentemente/un toccasana digeribile/nemmeno nel formato/più tascabile/…

 

e così cambiando movimento

 

Lo so. Ci si deve addentrare/tra gli odori intrikati di terrapromessa/per la skoperta del filo spinato/intorno all’utero del kosmo. Ti skrivo dal tuo stesso/ufficio: reame di kartefalse timbri e skolorina/di aggettivi kon potere di vita e di morte/ mentre del tutto altrove nonkè a kaso/la luna preferisce sporgersi a un parapetto di kolline/ …

 

e come pure all’idea poetico-musicale ci si mostrano accordarsi perfettamente, nelle vesti di bitonalità, i versi cadenzati nel dialetto tuttora parlato in Valenzano (in provincia di Bari) di cui l’autore, del suo bilinguismo, della sua abilità multisonora, nella sua opera ci offre ampie dimostrazioni

 

Che nu scketure sckitte o na schetazze/sckatte la sckaccherosse/iesse ‘nginde la perchiazze/sckande la semende spande jinde alla vende/du terrene la recuascene sta prene/ …

 

e il tutto per portarsi a plasmare, infine, in movimenti più pacati e in suoni resi più trasparenti (riguardo i messaggi che trasportano), più regolari nel ritmo

 

Bisognerebbe abolirla la fame

Scegliere il pane al posto

dell’oro                    gridava

 

tenendo d’occhio il suo bestiame

indeciso se tagliar la testa

al toro

 

E’ a questo punto che si viene a formare l’immagine nitida di un Angiuli fabbro del suono, capace di fabbricare e modulare ogni sua idea poetica come note musicali facenti parte di una scala che fissa, con i suoi suoni disposti in diverse altezze, le varie consonanze e dissonanze del cammino di un poeta

 

Appena ebbe imparato a dire input

sentì il glande farsi tanto grande

più o meno come quello di un mammuth

e con un dito solo

toccò l’azimuth

 

scordandosi di essere soltanto

e soltanto

un cittadino onorario o peggio

un esule di Lilliput

 

d. devivo

 

 

www.schenaeditore.it

 

 

ago 9

 

Tu, insegnante. Pensa a una ragnatela molto grande, infinita. Immagina di essere sopra uno dei suoi fili e di iniziare a camminare. A un certo punto incontri un altro filo che attraversa quello su cui cammini. Poi ancora un altro, e un altro ancora. E così via, fino a un numero illimitato di fili, tra di loro intrecciati.

Ebbene, questi fili sono le possibili strade di quella rete d’insegnamento che puoi imboccare o suggerire di percorrere. E ogni volta che cambi percorso, cammini su di una nuova strada con il carico dell’esperienza e del sapere del percorso precedente, arricchendo man mano questa strada con il carico culturale dell’ultima traversata.

E’ proprio sull’idea di queste intersezioni del sapere che Cristina Baldo e Silvana Chiesa hanno pensato di tessere le trame del loro Intrecci sonori:

 

 intreccisonori2

 

“ … quattro percorsi di ascolto in cui il nucleo è il rapporto tra musica e parola, osservato da una prospettiva interdisciplinare rafforzata dai molteplici agganci alle arti figurative, all’estetica, alla storia sociale e secondo angolature scelte allo scopo di esemplificare altrettante possibilità di un percorso d’insegnamento concepito a partire dall’esperienza diretta del testo (verbale/musicale)

nell’ordine:

 

1.    un topos letterario-musicale (la seduzione canora), analizzato a partire da due celeberrimi brani operistici di Monteverdi e Bizet;

2.    una singola opera (Dido and Aeneas di Purcell) letta alla luce della sensibilità, della cultura e della realtà storica inglese del suo tempo;

3.    una tematica (l’amore) in alcune sue differenti trasposizioni poetico-musicali tra popular (Gino Paoli) e teatro musicale (Mozart, Rossini, Wagner);

4.    un’epoca (il primo Ottocento) vista al filtro del motivo — universale e allo stesso tempo particolarmente tipico di quegli anni — del viaggio e della figura del viaggiatore 

 

Tutti e quattro i percorsi possiedono elementi che ne permettono l’interconnessione con altri.

 

E’ un nuovo modo di elaborare la didattica: “abolita l’impostazione storicistica lineare e consequenziale”, il libro — attraverso l’analisi della musica in rapporto al proprio testo verbale — propone un “concetto di cultura intesa come intreccio, trama di rapporti.

E’ una rete non chiusa su se stessa, ma aperta a cogliere i frutti di altri settori culturali che, interagendo con l’argomento principe avanzato dalle autrici, via via vanno a costituire quella che risulta essere la trama del nuovo modo di fare cultura nell’era del digitale e di Internet (rete, per l’appunto).

Quindi, prospettiva interdisciplinare, schede a rimando e questionari di verifica (in fondo a ogni capitolo) rendono Intrecci sonori non solo un ottimo laboratorio di ascolto fra musica e parola, ma anche un’indispensabile guida per il docente di liceo nel costruire un percorso didattico (per l’insegnamento della musica) che non vada a implodere alla minima volontà di apertura culturale mostrata dallo studente.

d. devivo

 

www.edt.it 

 

Leggi la recensione anche sulle pagine di  la Feltrinelli.it

 

 

 

 

giu 22
 

 

 

«Fare il musicista, oggi come sempre, rimane un’ambizione di molti; ma, banalmente, non si fa più musica come una volta: sono cambiati i mezzi, i canali, gli intermediari, le tecnologie»

 

Tramite questa ouverture verbale, Gianni Sibilla si appresta a condurci scrupolosamente tra le fitte arie di una sua recente opera: 

 

 

industria1

  

In questo piccolo volume (dal formato di un fumetto ma dal contenuto di un trattato) l’autore pratica un’accurata analisi dell’industria musicale: sviscerandone tutti i settori ne mette in luce le funzioni, le caratteristiche, cogliendo poi i riflessi (anche sociali) dal prodotto ultimo della loro necessaria interazione, il disco.

 

Nel libro — idealmente costituito in due parti — si trova dapprima un Sibilla indagatore della struttura produttiva della musica pop (il musicista e chi lo supporta nella fase creativa, come il manager e i fonici; la discografia; il concerto), poi lo si riscopre acuto osservatore del ruolo che hanno i media (radio, TV, stampa, nuovi media e musica digitale) sia nella fase di promozione del prodotto musicale sia nella mediazione culturale tra la sua produzione e il suo consumo.

 

Il risultato dello sforzo è, a tutti gli effetti, un vademècum composto su misura per il musicista e per chi si nutre quotidianamente di musica pop, come per ogni suo appassionato. E’ un memorandum indispensabile al cammino di un compositore e a chi, come lui, si muove ambizioso tra i tortuosi canali propri dell’industria musicale.

 

E’ il tuo abbiccì.

 

«un musicista di fatto non esiste se non ha un pubblico che lo ascolti»

 

 

d. devivo

 

 

www.carocci.it 

 

 

Leggi la recensione anche sulle pagine di la Feltrinelli.it

 

 

giu 10

 

Exultet iam angelica turba caelorum…*

 

… e ad accompagnare il progredire di questa nenia monodica, l’avanzare ritmico delle immagini miniate che ne illustrano i fatti. Trama acutamente osservata sciogliersi dagli occhi di un’attonita ma attenta fedele assemblea.

Non ventiquattro al secondo. Né meno. Né venticinque. Solo il numero di fotogrammi utile a compiere il gesto propiziatorio che ne sviluppa la narratio, e che smodato ne accresce il corpo svelandone la grandiosità. Ora al tempo alternato del levarsi di una mano, ora al suo controtempo.

 

… exultet divina mysteria…

 

bari20exultet20120anastasis20xi20secolo20museo20diocesano

 

… e lì sopra, lui. L’attore. L’unico protagonista. Il solo cantore inquadrato nella misura di un pulpito riecheggiante un ipotetico spazio cine-televisivo. Lui, il diacono, brandente fiero il rotolo che della Veglia Pasquale ne sostiene la solennità. E ne conserva la musica, anche se ridotta a dei poveri segni sprigionati nella secca pelle di una più che sacrificale pecora.

 

 

abeilles-exultet-rouleau-bari

 

 

E le sue parole: suoni latineggianti armoniosi scagliati contro rosoni variopinti e retro illuminati, sì da rendere con le loro sottili riverberazioni immaginifico lo spettacolo. E nell’insieme tremante. Grazie anche alle manifestate emozioni di ciascun rapito presente.

 

et pro tanti Regis victoria tuba insonet salutaris

 

E’ uno scenario mistico…

 

Exultet.

d. devivo

 

(*Exultet, wikipedia)

 

 

mag 15

  

 

Il paroliere è un comunicatore, un “accordatore”, uno scrittore (specifico).

Un comunicatore, perché attraverso le sue parole trasmette idee, stati d’animo e la propria visione del mondo. Queste sue parole — ascoltate e interpretate dalla gente — sono dei messaggi: è la comunicazione.

Un “accordatore”, perché le parole sono suoni, e questi suoni sono “accordati” con altri suoni (quelli musicali): è la canzone.

Uno scrittore, perché le sue parole si presentano sotto forma di testo, e questo ha delle specificità di composizione: è per farlo muovere insieme alla musica…

.. uno scrittore, già… s’impara a diventare scrittori? qualcuno ci insegna a provare dei sentimenti? ad amare? a sognare? a essere creativi? … a piangere? e a travestire i nostri stati d’animo in testo? …

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Una scuola di scrittura insegna le tecniche per scrivere un testo efficace e corretto in una determinata lingua. Non insegna a inventare contenuti — sono già dentro di noi: sono le nostre esperienze di vita, la nostra cultura! — ma trasmette delle tecniche per riuscire a manipolare e a trasformare questi contenuti, dopo che sono diventati testo.

Allo stesso modo, una scuola per parolieri insegna le tecniche di scrittura necessarie a comporre e montare un testo efficace e corretto sopra delle note musicali (in simbiosi con la musica ospitante). In pratica, insegna ad accorgerti dei tuoi contenuti, a dargli una prima forma e a manipolarli. E poi a metterli in sella su di un pentagramma (la velocità di corsa? ma è scritta a inizio rigo!)

 

d. devivo

 

[continua…]

 

mag 10

 

 

Ci sono, inoltre, due filoni che si sviluppano contemporaneamente a questo genere e che non sono proprio dei musical. Uno è quello dei film che drammatizzano e narrano la vita di musicisti (per esempio Purple Rain diretto da Albert Magnoli – 1984). L’altro è quello in cui la musica pop è lo sfondo socio-culturale della trama (per esempio Flash Dance diretto da Adrian Lyne – 1983).

Vicino al musical è la rockopera, una trasposizione cinematografica di dischi composti da canzoni collegate in una struttura narrativa consequenziale.

The Wall dei Pink Floyd (regia di Alan Parker – 1982) ne è un eccellente esempio. Diversamente dagli altri film che dal momento del loro concepimento sono passati prima alla carta e poi in pellicola, The Wall è nato principalmente per diventare un doppio album di musica pop, e solo pochi anni dopo è stato realizzato anche il suo film. Quindi The Wall è un film tratto dalla musica e non delle musiche composte per un film. Voglio precisare questo per capirne meglio il linguaggio. Partiamo dal messaggio che trasmette.

thewalldvd2

Già solo come opera musicale, l’album racchiude 26 canzoni concatenate che raccontano la vita del loro autore: dall’infanzia (la scuola, la perdita del padre nello sbarco di Anzio durante la seconda guerra mondiale, la madre possessiva, la sua sensibilità) al momento dello scioglimento del matrimonio (il tradimento, la solitudine, la sua musica e la soffocante industria discografica, la follia), alternata da eventi sociali di quel tempo. Il motore principale di tutto il racconto è la guerra e la sofferenza dell’autore per la perdita del padre e per tutto ciò che di negativo questo dolore gli ha causato in seguito. Tutto quanto è musicato attraverso le 26 canzoni. Il film ne è la trasposizione cinematografica.

Guardando un film concepito per essere “un film” (nel senso comune che intendiamo), vediamo emergere un climax e il suo scioglimento, alla fine. Tutto secondo i suoi canonici tre atti (o con qualche variante). Questo però non accade visionando The Wall. O perlomeno non accade normalmente come accadrebbe assistendo alla visione di un film non classificabile come rockopera. Infatti, nonostante le 26 canzoni siano concatenate e trasmettano nell’insieme un messaggio (andando a costituire nel complesso un’unità narrativa completa), ciascuna di queste canzoni si può ritenere già di per sé un micro-racconto completo. Tanti micro-racconti che sommati diventano un racconto unico privo di un climax, a livello narrativo. Ma non a livello musicale.

Infatti, ogni canzone trasmette musicalmente, in più punti, momenti di tensione seguiti da momenti di rilassamento, e viceversa. Tanti piccoli “climax” distribuiti in 3, 5 o più minuti che seguono analogicamente le parole del testo, per ogni canzone. I climax, in questo caso, sono rappresentati da bruschi passaggi dei suoni in volumi alti e bassi, per esempio. Come riprodurli nelle immagini?

Unendo le sequenze filmiche con un montaggio intellettuale. Se devo rappresentare un movimento del braccio dell’attore come una forza distruttrice degli effetti della guerra, ecco che lo associo all’immagine dell’esplosione di una bomba (esempio di climax). E in questo modo è trattata ogni sequenza narrativa in ogni canzone e in tutto il film. Ovviamente, il regista ha fatto uso anche del montaggio parallelo, analogico e analitico, per unire le scene più vicine alla classica narrazione cinematografica (per esempio l’apertura della porta della stanza dell’albergo associata per analogia allo sfondamento dei cancelli, all’inizio del film).

Nel film c’è anche la presenza di elementi della struttura dei videoclip (montaggio non narrativo di sequenze legate alle parole, alla musica, alla figura dell’interprete), che si possono trovare e circoscrivere all’interno di ogni micro-racconto piuttosto che vederli disseminati come collante tra le varie canzoni, nel racconto filmico totale (non per niente il videoclip è definito come «un breve testo audiovisivo in cui si mette in scena per immagini una canzone» [Gianni Sibilla]. In questo caso il breve testo audiovisivo coincide con il micro-racconto musicale).

Per approfondire l’analisi, posso dire che nel film ci sono richiami al fantasy e alla fantascienza -esplicitati anche tramite l’inserimento di alcune sequenze realizzate con il disegno animato – e al film muto.

Concludo affermando che The Wall è un’opera estremamente complessa e completa, in cui musica, parole, immagini reali e fantastiche, disegni animati concorrono a formare un’unità narrativa estremamente potente e ricca d’informazioni, a tal punto da tracciare con estrema precisione e sensibilità il dramma più analizzato e raccontato dai registi di ogni tempo: il dramma individuale della vita umana.

I Rockumentaries. Sono documentari rock, cioè film che documentano festival musicali, tour, concerti, eventi rock, etc. (per esempio Woodstock – 1970) e che rientrano in pieno nella categoria dei film.

Le colonne sonore. Anche qui s’individuano due filoni. (1) Quello delle colonne sonore propriamente dette (score) che accompagnano lo svolgersi dell’azione, e (2) quello dell’uso delle canzoni pop come sfondo musicale. In quest’ultimo caso possiamo avere: (a) canzoni originali (sono tratte dal tema del film e possono concorrere all’assegnazione dell’Oscar); (b) riproposizione di canzoni popolari esistenti. In entrambi i casi, questi due filoni completano con la musica l’azione narrativa.

American Graffiti (di George Lucas, 1973) è un ottimo esempio di come la riproposizione delle canzoni popolari serva per contribuire alla costruzione e alla comprensione della storia di un’epoca.

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Prodotto negli anni ’70 ma ambientato negli anni ’50, il film vuole offrire allo spettatore giovane uno sguardo nostalgico al passato. I college e i loro balli, le ragazze, i fast food, le gare automobilistiche. Le prime bravate. Sembra di stare di fronte a un album fotografico mentre qualcuno più grande di te lo sfoglia raccontandoti le vicende che ogni immagine custodisce. E con in più il suono delle canzoni classiche dell’epoca (come se ci fosse un tappeto musicale che fuoriesce stridente da un giradischi posto alle tue spalle). E ti viene da chiedere cos’è che riesce a trasportarti di più indietro nel tempo… le immagini o le note musicali? Ancora una volta, ecco un altro regista che ha saputo mostrare al pubblico l’importanza della musica come elemento essenziale nella realizzazione di un racconto filmico. Ed è la completa simbiosi.

 

d. devivo

  

 

mag 9

 

 

E’ il 1938. Il Ministero della giustizia americano avvia una causa (il “caso Paraumont”) che termina dieci anni dopo provocando un profondo mutamento nella struttura cinematografica dell’America. Quello che fino a pochi anni prima è stato un perfetto sistema a concentrazione verticale che detiene il pieno controllo sulla produzione, distribuzione e proiezione di film, ora si ritrova a dover dividere con produzioni indipendenti ed europee parte del suo lavoro e dei suoi incassi. È il declino dello studio system, il suo disfacimento (in parte anche dovuto ai cambiamenti di mentalità e di abitudini avvenuti tra gli americani al termine della seconda guerra mondiale).

 

Sin dalla sua esistenza, uno dei punti forti dello studio system è stato la specializzazione per generi. Questo ha permesso di (a) ottenere la massimizzazione dei mezzi e dei profitti; (b) avere il migliore sfruttamento della gestione economica dei film. Uno tra i vari generi di successo degli studios era il musical. Vediamo come e perché è andato via via trasformandosi.

 

«Il declino di Hollywood degli anni ’50 portò alla necessità di indirizzarsi più sistematicamente verso particolari settori dell’audience. Hollywood si allea con l’industria discografica per raggiungere i giovani, con musical rivolti ai teenager» (Shuker 2001: 127).

Perché proprio i giovani? L’America, uscita da un conflitto ed entrata in un altro (la guerra in Corea), non è più vista come quel meraviglioso mondo in cui tutto è buono, bello e grande e in cui all’improvviso ci si può mettere a cantare e a ballare per esternare gioie personali e collettive (rappresentazione del classico musical). Gli americani, e soprattutto i giovani, hanno bisogno di vedere e sentire la verità. Vogliono sapere perché migliaia di loro coetanei sono mandati a morire in una guerra ritenuta sotto tutti gli aspetti “ingiusta”. E, soprattutto, hanno bisogno di manifestare il proprio disprezzo, la propria ribellione al sistema americano svelatosi deludente. Allora, quale miglior arma offrir loro se non una compartecipazione emotiva alle “dure” parole e ai “duri” suoni di una musica che si presenta sotto tutti gli aspetti scatenata, aggressiva e provocatoria? Ecco allora comparire il rock ‘n’ roll ed Elvis Presley (quel cantante che recita sia nei film che nei programmi televisivi [l’avvento della televisione è stato un altro fattore determinante ai cambiamenti del settore cinematografico]), che dànno inizio al rapido deteriorarsi del musical classico e al sorgere di un nuovo modo di mettere in scena della musica.

 

 

 

A partire dagli anni ’50, la fusione di Hollywood con il settore discografico ha dato vita a tre nuovi generi di film musicali:*

 

§  musical rock/pop

§  rockumentary

§  colonne sonore

 

Il musical rock/pop. Ha gli stessi stili narrativi del musical classico, da cui deriva: la trama giustifica l’esecuzione delle canzoni e il musicista recita se stesso o un personaggio.

Faccio rientrare in questo genere, inserendolo però come sottogenere, il film The Blues Brothers (1980), di Jhon Landis. Difatti questo è un «grandioso e validissimo spettacolo comico musicale, indubbiamente riuscito nelle musiche (con la presenza di molti divi), nella grandiosità delle scene d’azione, nell’efficacia degli aspetti umoristici.» (Segnalazioni cinematografiche).

È definito «spettacolo comico musicale» in quanto effettivamente non si prende proprio sul serio fino in fondo, e mostra al pubblico dei piccoli sketch – in parte anche comici – in sostituzione delle classiche performance musicali, rivelando così il lato revisionista e parodico del musical classico.

Certo è che il film è musicale, ma ibrido nella sua natura stilistica (musicale, commedia demenziale, thriller). La struttura è quella del musical: la trama («Per procurare 5.000 dollari necessari per pagare le tasse arretrate dall’orfanotrofio in cui sono cresciuti, e scongiurarne così la chiusura, due fratelli decidono di riunire tutti i vecchi componenti della loro band musicale. Ma non è semplice avere successo e gli artisti ne combinano di tutti i colori.» [Yahoo]) giustifica l’esecuzione delle musiche (e qui lo sfondo musicale inneggia a un genere, il blues, che si dichiara più che adatto al ruolo per cui è stato ingaggiato nel film stesso, consideratane anche la natura ribelle-trasgressiva dell’espressione musicale. Quasi come nel film The Commitments di Alan Parker – 1991, con la differenza che lì s’inneggia in tono serio e professionale al soul). Difatti il regista ci rende spettatori di balli e di numeri musicali, e le guest star diventano dei personaggi del film e presentano una loro canzone all’interno della storia. E in più, i protagonisti recitano se stessi ed eseguono le canzoni. È una citazione dei vecchi musical sia come struttura sia come spettacolo dal vivo. È una citazione nostalgica divenuta oggetto di culto di una e più generazioni.

«Perfettamente in sintonia con lo spirito ribellistico e irriverente dei tempi, il film di Landis si è trasformato quasi immediatamente (anche per la presenza sulfurea di Belushi) in un fenomeno di costume, un canone di eleganza (occhiali Rayban modello Wayfarer, cravatte lunghe e strette, cappello e vestito rigorosamente neri), un inno alla musica blues e una pietra miliare della comicità demenziale. Una lista infinita di partecipazioni straordinarie. Assolutamente geniale.» (Paolo Mereghetti)

 

 d. devivo


 

*Sibilla, Gianni. I linguaggi della musica pop, 2003, Bompiani.

 

feb 26

 

Qui troverete e contribuirete a far trovare tutte quelle informazioni culturali e di curiosità che si muovono intorno a questa fantastica professione.

Il blog si aprirà ogni volta con l’ultimo articolo di approfondimento degli argomenti che sono presentati in ognuna di queste pagine; articoli che potranno anche essere i vostri, considerato che per comunicare le parole non sono mai abbastanza!..

Inizia allora a navigare nel blog, e scopri cosa c’è e cosa potrebbe aspettarti!

Arrivederci al primo articolo, allora…