lug 20
 
 
 
 
 

 

 

Tikete taket i tak

te me taket i tak a mi?

mi takàt i tak a ti?

taketi ti i to tak

tikete taket i tak*

 

E’ con questo scioglilingua milanese come con altri intrecci sonori quali filastrocche, canzoni, scat, nonsense, rap e molto altro che Enrico Strobino e Mario Piatti ci invitano a creare musica seguendo le onde altisonanti del loro Anghingò:

 

 

 Anghingò, Viaggi tra giochi di parole e musica

 

“… un libro per fare musica, o meglio un libro che vorrebbe invogliare tutti gli insegnanti e gli animatori musicali a partire da un modo primordiale del fare musica: usare la voce per fare suoni che abbiano sembianze musicali, pensare a una musica che nasca da testi parlati, dalla trasformazione delle parole quotidiane, su su fino alle filastrocche e alle canzoni ...”

… un libro che chiama in causa la voce per farla strumento esecutore principale: a partire da un “incipit” di poche note, via via la si “vede” farsi carico di altri suoni, quindi moltiplicarsi e aggregarsi, per poi manifestarsi ora in una forma ora in un’altra, prendere le sembianze delle parole e dar loro o togliere significato, formare testi… sino alla sua trasformazione finale più completa e complessa: la canzone.

Anghingò è un vero laboratorio di manipolazione del suono adatto al paroliere e al musicista. Ma a chi anche desidera far apprendere le magie della musica a degli iniziati, facendoli giocare con i suoni, con le parole, e utilizzando questi come tanti fili sonori di piccoli e grandi tessuti musicali da cucire e scucire a proprio piacimento, in varie forme.

Anghingò è un vasto campo dove si può esplorare il suono nella sua natura più intima e primordiale, e sperimentarlo, modellandolo con la voce. E’ un manuale. Una guida. E’ un ricettario sonoro necessario al paroliere e a chi come lui desideri ricavare sempre del nuovo materiale con cui dar alito alle proprie creazioni musicali…

 

… ma è anche una scatola di simpatici giochi verbali… 

 

An ghin gò

tre galline e tre cappò

dove andavano non so:

forse andavano al mercato

a comprare il pan pepato …

 

d. devivo

 

(*si mette in scena il dialogo fra un ipocrita e un ciabattino: «Tu che attacchi i tacchi, puoi attaccare i tacchi a me?» E il ciabattino all’ipocrita, anche lui in realtà ciabattino: «Io attaccare i tacchi a te? Attaccateli tu, i tuoi tacchi, tu che attacchi i tacchi! » [Dossena 1997])

 

www.edizioniets.com

 

Leggi la recensione anche sulle pagine di la Feltrinelli.it 

 

 

 

mag 30
 
 
 

 

 

« … I poeti non guidano la macchina. I poeti non vanno al supermercato. I poeti non vanno a buttare la spazzatura. I poeti non partecipano al consiglio d’istituto della scuola dei figli. I poeti non vanno a picchettare l’Istituto Case Popolari o quello che è. I poeti non… i poeti nemmeno parlano al telefono. I poeti in generale con le persone non ci parlano proprio. I poeti passano molto tempo ad ascoltare … E muoiono al verde. Oppure affogano nei laghi. I poeti di solito muoiono senza happy end … » (Bob Dylan)

Tu sei un poeta? o magari un aspirante o un consumato paroliere… o tutti e due, e vai alla ricerca di una soluzione alla sindrome del foglio bianco, inquietudine che ti ha appena colpito.

Si apprende molto, dai pensieri di ogni artista. E ancora di più se questi sono grandi artisti. E molto di più, se ancora più grandi. Fatto sta che nelle loro parole ogni creativo si ritrova. E si confronta, si conforta. Così come nelle loro sentenze, in cui ogni umano si rifugia, condiscendente.

Tanto ho percepito sfogliando le pagine di questa bella e preziosa “antologia” dell’autore di canzoni, recapitatami dalla minimum fax:

 

 

song 

 

Un libro dai toni aggraziati e delineati in un formato tascabile (si “accoscia” perfettamente tra le mani), morbido da sorreggere e da sfogliare. Ma saldo nelle parole, soprattutto.

E che parole! quelle sgorgate dalla bocca di artisti del calibro di Lou Reed, Neil Young, Paul Simon. E ancora Joan Baez, Jackson Browne, Merle Haggard. E tanti altri. Parole destinate ad accudire i segreti intimi del mestiere del songwriter, ma che qui, grazie all’opera tenace di Paul Zollo, sono svelati e mostrati come un ricco puzzle (i cui pezzi sono il collante della celebrità degli autori). E come tale, noi lo osserviamo per trarne preziosi suggerimenti. E per sognare, con le sue parole: Interviste sull’arte di scrivere canzoni.

E di vera arte, si tratta.

« … Abbiamo dei grossi problemi perché nelle nostre canzoni scriviamo quello che accade in questi tempi… Per cui a volte è difficile pure cantarle … »

Ma se per David Crosby è difficile pure cantarle, per te, con quello che accade in questi tempi, non sarà addirittura difficile solo pensarle?

 

 

d. devivo

 

www.minimumfax.com

 

Leggi la recensione anche sulle pagine di la Feltrinelli.it

 

 

mag 10

 

 

Ci sono, inoltre, due filoni che si sviluppano contemporaneamente a questo genere e che non sono proprio dei musical. Uno è quello dei film che drammatizzano e narrano la vita di musicisti (per esempio Purple Rain diretto da Albert Magnoli – 1984). L’altro è quello in cui la musica pop è lo sfondo socio-culturale della trama (per esempio Flash Dance diretto da Adrian Lyne – 1983).

Vicino al musical è la rockopera, una trasposizione cinematografica di dischi composti da canzoni collegate in una struttura narrativa consequenziale.

The Wall dei Pink Floyd (regia di Alan Parker – 1982) ne è un eccellente esempio. Diversamente dagli altri film che dal momento del loro concepimento sono passati prima alla carta e poi in pellicola, The Wall è nato principalmente per diventare un doppio album di musica pop, e solo pochi anni dopo è stato realizzato anche il suo film. Quindi The Wall è un film tratto dalla musica e non delle musiche composte per un film. Voglio precisare questo per capirne meglio il linguaggio. Partiamo dal messaggio che trasmette.

thewalldvd2

Già solo come opera musicale, l’album racchiude 26 canzoni concatenate che raccontano la vita del loro autore: dall’infanzia (la scuola, la perdita del padre nello sbarco di Anzio durante la seconda guerra mondiale, la madre possessiva, la sua sensibilità) al momento dello scioglimento del matrimonio (il tradimento, la solitudine, la sua musica e la soffocante industria discografica, la follia), alternata da eventi sociali di quel tempo. Il motore principale di tutto il racconto è la guerra e la sofferenza dell’autore per la perdita del padre e per tutto ciò che di negativo questo dolore gli ha causato in seguito. Tutto quanto è musicato attraverso le 26 canzoni. Il film ne è la trasposizione cinematografica.

Guardando un film concepito per essere “un film” (nel senso comune che intendiamo), vediamo emergere un climax e il suo scioglimento, alla fine. Tutto secondo i suoi canonici tre atti (o con qualche variante). Questo però non accade visionando The Wall. O perlomeno non accade normalmente come accadrebbe assistendo alla visione di un film non classificabile come rockopera. Infatti, nonostante le 26 canzoni siano concatenate e trasmettano nell’insieme un messaggio (andando a costituire nel complesso un’unità narrativa completa), ciascuna di queste canzoni si può ritenere già di per sé un micro-racconto completo. Tanti micro-racconti che sommati diventano un racconto unico privo di un climax, a livello narrativo. Ma non a livello musicale.

Infatti, ogni canzone trasmette musicalmente, in più punti, momenti di tensione seguiti da momenti di rilassamento, e viceversa. Tanti piccoli “climax” distribuiti in 3, 5 o più minuti che seguono analogicamente le parole del testo, per ogni canzone. I climax, in questo caso, sono rappresentati da bruschi passaggi dei suoni in volumi alti e bassi, per esempio. Come riprodurli nelle immagini?

Unendo le sequenze filmiche con un montaggio intellettuale. Se devo rappresentare un movimento del braccio dell’attore come una forza distruttrice degli effetti della guerra, ecco che lo associo all’immagine dell’esplosione di una bomba (esempio di climax). E in questo modo è trattata ogni sequenza narrativa in ogni canzone e in tutto il film. Ovviamente, il regista ha fatto uso anche del montaggio parallelo, analogico e analitico, per unire le scene più vicine alla classica narrazione cinematografica (per esempio l’apertura della porta della stanza dell’albergo associata per analogia allo sfondamento dei cancelli, all’inizio del film).

Nel film c’è anche la presenza di elementi della struttura dei videoclip (montaggio non narrativo di sequenze legate alle parole, alla musica, alla figura dell’interprete), che si possono trovare e circoscrivere all’interno di ogni micro-racconto piuttosto che vederli disseminati come collante tra le varie canzoni, nel racconto filmico totale (non per niente il videoclip è definito come «un breve testo audiovisivo in cui si mette in scena per immagini una canzone» [Gianni Sibilla]. In questo caso il breve testo audiovisivo coincide con il micro-racconto musicale).

Per approfondire l’analisi, posso dire che nel film ci sono richiami al fantasy e alla fantascienza -esplicitati anche tramite l’inserimento di alcune sequenze realizzate con il disegno animato – e al film muto.

Concludo affermando che The Wall è un’opera estremamente complessa e completa, in cui musica, parole, immagini reali e fantastiche, disegni animati concorrono a formare un’unità narrativa estremamente potente e ricca d’informazioni, a tal punto da tracciare con estrema precisione e sensibilità il dramma più analizzato e raccontato dai registi di ogni tempo: il dramma individuale della vita umana.

I Rockumentaries. Sono documentari rock, cioè film che documentano festival musicali, tour, concerti, eventi rock, etc. (per esempio Woodstock – 1970) e che rientrano in pieno nella categoria dei film.

Le colonne sonore. Anche qui s’individuano due filoni. (1) Quello delle colonne sonore propriamente dette (score) che accompagnano lo svolgersi dell’azione, e (2) quello dell’uso delle canzoni pop come sfondo musicale. In quest’ultimo caso possiamo avere: (a) canzoni originali (sono tratte dal tema del film e possono concorrere all’assegnazione dell’Oscar); (b) riproposizione di canzoni popolari esistenti. In entrambi i casi, questi due filoni completano con la musica l’azione narrativa.

American Graffiti (di George Lucas, 1973) è un ottimo esempio di come la riproposizione delle canzoni popolari serva per contribuire alla costruzione e alla comprensione della storia di un’epoca.

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Prodotto negli anni ’70 ma ambientato negli anni ’50, il film vuole offrire allo spettatore giovane uno sguardo nostalgico al passato. I college e i loro balli, le ragazze, i fast food, le gare automobilistiche. Le prime bravate. Sembra di stare di fronte a un album fotografico mentre qualcuno più grande di te lo sfoglia raccontandoti le vicende che ogni immagine custodisce. E con in più il suono delle canzoni classiche dell’epoca (come se ci fosse un tappeto musicale che fuoriesce stridente da un giradischi posto alle tue spalle). E ti viene da chiedere cos’è che riesce a trasportarti di più indietro nel tempo… le immagini o le note musicali? Ancora una volta, ecco un altro regista che ha saputo mostrare al pubblico l’importanza della musica come elemento essenziale nella realizzazione di un racconto filmico. Ed è la completa simbiosi.

 

d. devivo

  

 

mag 9

 

 

E’ il 1938. Il Ministero della giustizia americano avvia una causa (il “caso Paraumont”) che termina dieci anni dopo provocando un profondo mutamento nella struttura cinematografica dell’America. Quello che fino a pochi anni prima è stato un perfetto sistema a concentrazione verticale che detiene il pieno controllo sulla produzione, distribuzione e proiezione di film, ora si ritrova a dover dividere con produzioni indipendenti ed europee parte del suo lavoro e dei suoi incassi. È il declino dello studio system, il suo disfacimento (in parte anche dovuto ai cambiamenti di mentalità e di abitudini avvenuti tra gli americani al termine della seconda guerra mondiale).

 

Sin dalla sua esistenza, uno dei punti forti dello studio system è stato la specializzazione per generi. Questo ha permesso di (a) ottenere la massimizzazione dei mezzi e dei profitti; (b) avere il migliore sfruttamento della gestione economica dei film. Uno tra i vari generi di successo degli studios era il musical. Vediamo come e perché è andato via via trasformandosi.

 

«Il declino di Hollywood degli anni ’50 portò alla necessità di indirizzarsi più sistematicamente verso particolari settori dell’audience. Hollywood si allea con l’industria discografica per raggiungere i giovani, con musical rivolti ai teenager» (Shuker 2001: 127).

Perché proprio i giovani? L’America, uscita da un conflitto ed entrata in un altro (la guerra in Corea), non è più vista come quel meraviglioso mondo in cui tutto è buono, bello e grande e in cui all’improvviso ci si può mettere a cantare e a ballare per esternare gioie personali e collettive (rappresentazione del classico musical). Gli americani, e soprattutto i giovani, hanno bisogno di vedere e sentire la verità. Vogliono sapere perché migliaia di loro coetanei sono mandati a morire in una guerra ritenuta sotto tutti gli aspetti “ingiusta”. E, soprattutto, hanno bisogno di manifestare il proprio disprezzo, la propria ribellione al sistema americano svelatosi deludente. Allora, quale miglior arma offrir loro se non una compartecipazione emotiva alle “dure” parole e ai “duri” suoni di una musica che si presenta sotto tutti gli aspetti scatenata, aggressiva e provocatoria? Ecco allora comparire il rock ‘n’ roll ed Elvis Presley (quel cantante che recita sia nei film che nei programmi televisivi [l’avvento della televisione è stato un altro fattore determinante ai cambiamenti del settore cinematografico]), che dànno inizio al rapido deteriorarsi del musical classico e al sorgere di un nuovo modo di mettere in scena della musica.

 

 

 

A partire dagli anni ’50, la fusione di Hollywood con il settore discografico ha dato vita a tre nuovi generi di film musicali:*

 

§  musical rock/pop

§  rockumentary

§  colonne sonore

 

Il musical rock/pop. Ha gli stessi stili narrativi del musical classico, da cui deriva: la trama giustifica l’esecuzione delle canzoni e il musicista recita se stesso o un personaggio.

Faccio rientrare in questo genere, inserendolo però come sottogenere, il film The Blues Brothers (1980), di Jhon Landis. Difatti questo è un «grandioso e validissimo spettacolo comico musicale, indubbiamente riuscito nelle musiche (con la presenza di molti divi), nella grandiosità delle scene d’azione, nell’efficacia degli aspetti umoristici.» (Segnalazioni cinematografiche).

È definito «spettacolo comico musicale» in quanto effettivamente non si prende proprio sul serio fino in fondo, e mostra al pubblico dei piccoli sketch – in parte anche comici – in sostituzione delle classiche performance musicali, rivelando così il lato revisionista e parodico del musical classico.

Certo è che il film è musicale, ma ibrido nella sua natura stilistica (musicale, commedia demenziale, thriller). La struttura è quella del musical: la trama («Per procurare 5.000 dollari necessari per pagare le tasse arretrate dall’orfanotrofio in cui sono cresciuti, e scongiurarne così la chiusura, due fratelli decidono di riunire tutti i vecchi componenti della loro band musicale. Ma non è semplice avere successo e gli artisti ne combinano di tutti i colori.» [Yahoo]) giustifica l’esecuzione delle musiche (e qui lo sfondo musicale inneggia a un genere, il blues, che si dichiara più che adatto al ruolo per cui è stato ingaggiato nel film stesso, consideratane anche la natura ribelle-trasgressiva dell’espressione musicale. Quasi come nel film The Commitments di Alan Parker – 1991, con la differenza che lì s’inneggia in tono serio e professionale al soul). Difatti il regista ci rende spettatori di balli e di numeri musicali, e le guest star diventano dei personaggi del film e presentano una loro canzone all’interno della storia. E in più, i protagonisti recitano se stessi ed eseguono le canzoni. È una citazione dei vecchi musical sia come struttura sia come spettacolo dal vivo. È una citazione nostalgica divenuta oggetto di culto di una e più generazioni.

«Perfettamente in sintonia con lo spirito ribellistico e irriverente dei tempi, il film di Landis si è trasformato quasi immediatamente (anche per la presenza sulfurea di Belushi) in un fenomeno di costume, un canone di eleganza (occhiali Rayban modello Wayfarer, cravatte lunghe e strette, cappello e vestito rigorosamente neri), un inno alla musica blues e una pietra miliare della comicità demenziale. Una lista infinita di partecipazioni straordinarie. Assolutamente geniale.» (Paolo Mereghetti)

 

 d. devivo


 

*Sibilla, Gianni. I linguaggi della musica pop, 2003, Bompiani.