mag 15

  

 

Il paroliere è un comunicatore, un “accordatore”, uno scrittore (specifico).

Un comunicatore, perché attraverso le sue parole trasmette idee, stati d’animo e la propria visione del mondo. Queste sue parole — ascoltate e interpretate dalla gente — sono dei messaggi: è la comunicazione.

Un “accordatore”, perché le parole sono suoni, e questi suoni sono “accordati” con altri suoni (quelli musicali): è la canzone.

Uno scrittore, perché le sue parole si presentano sotto forma di testo, e questo ha delle specificità di composizione: è per farlo muovere insieme alla musica…

.. uno scrittore, già… s’impara a diventare scrittori? qualcuno ci insegna a provare dei sentimenti? ad amare? a sognare? a essere creativi? … a piangere? e a travestire i nostri stati d’animo in testo? …

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Una scuola di scrittura insegna le tecniche per scrivere un testo efficace e corretto in una determinata lingua. Non insegna a inventare contenuti — sono già dentro di noi: sono le nostre esperienze di vita, la nostra cultura! — ma trasmette delle tecniche per riuscire a manipolare e a trasformare questi contenuti, dopo che sono diventati testo.

Allo stesso modo, una scuola per parolieri insegna le tecniche di scrittura necessarie a comporre e montare un testo efficace e corretto sopra delle note musicali (in simbiosi con la musica ospitante). In pratica, insegna ad accorgerti dei tuoi contenuti, a dargli una prima forma e a manipolarli. E poi a metterli in sella su di un pentagramma (la velocità di corsa? ma è scritta a inizio rigo!)

 

d. devivo

 

[continua…]

 

mag 12

 

 

Ci si potrebbe chiedere: ma un paroliere che non conosce la grammatica musicale (note, figure, valori, etc.), come può scrivere un testo da montare sulle note di una canzone?

Non avere conoscenza della grammatica musicale non significa non avere musicalità. E la musicalità si manifesta ogni qualvolta noi parliamo (facciamoci caso!), cioè ogni volta che produciamo suoni sotto la veste delle parole…

 

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PA’papaPA’pa PA’papaPA’pa

 

Questa musicalità si chiama cadenza (andamento ritmico), ed è sufficiente al “paroliere musicato” per il montaggio di un testo su di una melodia.

 

 

Una melodia ha una sua cadenza (che si percepisce durante l’ascolto, anche se non si conosce la grammatica musicale). Il “paroliere musicato” che scrive il testo per quella melodia, cerca di sfruttare una combinazione di parole con cadenza uguale a quella della melodia, così da poter sovrapporre al ritmo di questa il ritmo delle parole. Poi, di seguito, fa in modo di far combaciare la frase verbale con quella musicale: accento forte su accento forte, accento debole su accento debole, suono su sillaba e sillaba su suono. Facile, no?

Però, oltre agli accenti ritmici (cadenza), il paroliere non musicista deve anche considerare gli accenti tonici (dati dalle vocàli accentàte nélle sìllabe), soprattutto se il testo da lui composto è una poltiglia di monosillabi (come accade spesso in qualche canzone di un qualche genere particolare). Questi i suoi strumenti: accento ritmico e accento tonico.

Tutto qui?

Questo è quanto un “paroliere musicato” deve riuscire a fare… (anche con l’aiuto di un po’ di conoscenza del fenomeno della fusione delle vocali… la cosiddetta sinalefe. E’ per ottenere un buon accoppiamento ritmico sillabe-suoni).

Ma non azzardiamoci a pensare che tutti questi “nodi” non devono essere sciolti da un paroliere musicista, anche se lui, a differenza del “paroliere musicato”, ha un’arma in più: può effettuare interventi chirurgici leggermente più selettivi sulle note. Il risultato — comunque — è sempre lo stesso: una musica fresca parlante.

 

d. devivo

  

mag 9

 

 

 

Ciao Antonello. Prima di tutto ti voglio ringraziare per essere qui a parlarci di te e di questo bellissimo e difficile mestiere, il paroliere.

 

Parlando appunto della sua difficoltà, quali ostacoli hai incontrato per affermarti come paroliere, soprattutto agli inizi della tua carriera?

 

Antonello: Il mio primo ostacolo fu l’allora RCA, che pure mi aveva invitato a dare un contributo alla sua produzione debordante. Ci approdai nei primi anni ’70, quando la multinazionale aveva già un suo parco autori e i giochi erano fatti. “Rien ne va plus”. Era pieno di correnti lì dentro e per non prenderti una broncopolmonite dovevi entrarci con il cappotto anche d’estate. Però c’era un bel bar all’RCA, e tutti a darsi manate sulle spalle, baciati dal Padreterno e non. I risultati erano tanti per pochi e pochi per tanti.

 

Quali consigli daresti a un giovane che “da grande” volesse fare del paroliere il mestiere della sua vita?

 

Specie al giorno d’oggi, sconsiglierei chiunque. Se poi la passione dovesse traboccare, suggerirei di tenere questo mestiere come seconda attività o come passione. La passione diventa antipatica però, quando non è corrisposta. E l’ambiente della musica è arido come la gola di un assetato di questi tempi… o come una donna che ti snobba.

 

E se la passione gli traboccasse, quale e quanta cultura dovrebbe avere?

 

Un po’ di confidenza con l’italiano, con la metrica e con il cuore.

 

E il talento? quanto?

 

Il talento dovrebbe essere un valore assoluto, ma adesso non lo è più. Il metro di valutazione è affidato a musicisti falliti, raccomandati, a Simona Ventura. La valutazione vera dovrebbe essere data, per regola, dal consenso di chi acquista musica. Tutti quelli di talento dovrebbero avere la loro chance.

 

A proposito di talento… qual è stata la prima canzone – o meglio le prime parole da te scritte, il testo – che ti ha affermato come paroliere?

 

Il mio primo testo in assoluto fu “Il ragazzo del sud”, una versione italiana di “Banana Boat” di Harry Belafonte. Quello che ebbe una buona eco fu “Padre Davvero” di Mia Martini.

 

E qual è stata la canzone che ha avuto maggior successo fino a oggi in tutta la tua carriera?

 

E’ una bella lotta tra “Anima mia” e “Laura non c’è”.                 

 

E il testo di cui vai più orgoglioso?

 

Tutti quelli scritti di getto senza ricorrere al mestiere, mi rappresentano di più. Vanno cercati negli album dei vari artisti con i quali ho collaborato, visto che quasi mai sono stati dei singoli. Si riconoscono subito perché sanno di vero.

 

A proposito della tua Anima mia… che effetto ti fa, a distanza di più o meno 40 anni, di sentirla ancora intonare anche dalle labbra dei più giovani?

 

Anima mia è un evergreen, ha una sua strana magia che resisterà al tempo se la musica vuole.

 

Chi ha deciso di affidare Anima mia alle voci dei Cugini di Campagna?

 

Loro erano gli autori della musica, fu un fatto naturale che la cantassero.

 

Secondo te, il vero successo di una canzone è dovuto più: alle parole, alla musica, agli interpreti o a tutti e tre insieme? E’ dovuto anche ad altro? Per esempio alle strategie di mercato… alle capacità divulgative e persuasive dei mass media…

 

E’ dovuto a tutte queste cose messe insieme. Se dovessi fare una graduatoria, dando per scontata una buona promozione, privilegerei la musica e l’interprete.

 

Torniamo ancora agli anni ’70: Padre davvero e Mia Martini… qual è la loro relazione?

 

Che io l’ho scritta senza neanche conoscere Mimì e lei l’ha interpretata. Caso volle che venissimo ambedue da una situazione conflittuale con la figura paterna. Fu subito sintonia.

 

Che ricordo hai di Mia Martini?

 

Mimì era una grande artista e una donna ancora più grande.

 

Circa otto anni più tardi, nel 1978, hai inciso il tuo primo e unico 45 giri, dal titolo: Sai che ti dico? ma vaff…, che a causa di una parolaccia inserita nel testo è stato censurato dalla RAI. Com’è cambiato il modo di percepire e di vivere una canzone, da allora fino a oggi?

 

In quel periodo incisi “Esser puttane” con il mio nome, “Sai che ti dico” e “Linda Linda” con lo pseudonimo di Joe Alaria. Quest’ultima vendette bene in un paese del Sud America, non ricordo bene quale… Tornando alla tua domanda, devo dire che oggi le cose sono molto cambiate. Mandare a fare in culo qualcuno è quasi un’espressione d’affetto.

 

Quindi era meglio prima o è meglio ora?

 

Chi può dirlo? I tempi giusti, però, sono quelli che viviamo per il fatto che ci stiamo dentro. Se non ci piacciono, sta a noi cercare di cambiarli.

 

Tra le altre cose, hai svolto anche un’attività come educatore. Com’è stata la tua esperienza in questa veste nel carcere minorile? e quella nell’istituto per disabili psichici? Ti ha arricchito questa esperienza?

 

Ho imparato molto da quei ragazzi, loro hanno educato me.

 

Torniamo al paroliere. Oggi lavori con Nek e con altri artisti. Ti soddisfa il tuo lavoro?

 

Per Nek ho una grandissima stima, ma ridurre le parole e i concetti a un percorso stabilito da una musica già scritta comincia ad andarmi un po’ stretto.

 

Dal paroliere allo scrittore: il 27 febbraio 2007 hai pubblicato il tuo primo libro autobiografico, Non ho mai scritto per Celentano. Vuoi parlarcene brevemente?

 

E’ un bel libro, particolare. Parla di me, della musica, di quello che mi è successo – ed è successo – in questi ultimi cinquant’anni. L’ho affidato a una piccola casa editrice, ha fatto quello che ha potuto. Poco. Il libro meritava di più.

 

Anche tua figlia Valentina ha scritto un libro: Io di più, di più, di più. Di più nel senso che anche lei vorrebbe fare il paroliere seguendo le orme di suo padre?

 

Il libro di Valentina sta ottenendo un ottimo riscontro. Se Dio vuole non pensa di scrivere testi e, se Dio vuole, privilegia lo studio a tutto. Ama molto gli animali, vuole fare veterinaria e questo è un fatto. Poi lo scrivere verrà, se deve venire. E’ quello che ti dicevo prima, non si vive più soltanto di parole.

 

Già… le parole…

 

 

www.antonellodesanctis.com

 

 

apr 25

 

 

Un saluto e un augurio di lunga vita a Daniele De Vivo e a questo blog, Il Paroliere.

Il Paroliere, già. Un lavoro da orologiaio. Un lavoro.

E sì, perché come per tutte le forme di espressione artistica, anche per la canzone si tratta di incanalare l’estro, la fantasia, l’ispirazione a un lavoro sistematico, paziente, tornito il più possibile.

La canzone, poi, è un innesto di mondi disciplinati. Ci sono la composizione, l’arrangiamento, il suono e, ovviamente, c’è la parola. Tutti questi ingredienti si devono parlare e, se vogliamo scrivere una buona e onesta canzone, devono formare la propria identità stilistica e il proprio carattere tenendo conto dell’identità e del carattere degli altri compagni.

È un processo apparentemente semplice, se preso dalla sua fine, l’ascolto.

Ma una buona canzone è tale proprio se la gamma delle emozioni che trasmette – tramite parole, note e arrangiamento – si può convogliare in un unico punto focale, il puntino della semplicità.

Lunga vita alle canzoni con questo puntino dentro…

 

Luca Ragagnin

www.lucaragagnin.it

 

 

apr 22

 

 

 

Sembrerà strano ma chi ricorda il nome dell’autore delle parole di qualche canzone di grande successo? Credo ben pochi, forse si conteranno sulle dita d’una mano…

Stiamo parlando dei parolieri, chi sa dire chi ha scritto  “44  gatti “ o la sigla di “Heidi” o “Le tagliatelle di nonna Pina”.

In passato  c’erano veri e propri poeti, i quali scrivevano poesie che poi venivano rivestite, come un buon sarto fa con un vestito su misura, di ottima musica, quella musica che ancora oggi va in giro per il mondo portando le note, spesso tristi, ma ce ne sono anche alcune allegre, dei nostri motivi che hanno fatto piangere di nostalgia tantissimi emigranti.

Ma oggi chi è dunque il paroliere? Secondo alcuni è un “artigiano” dell’Arte ma io sono più propenso a credere, anche se forse il mio giudizio è interessato, e forse di parte, poiché anch’io svolgo anche questa attività, che non sia un “mestiere” facile, vuoi che esca prima il testo vuoi che si debba mettere le parole su una musica già composta. Spesso si tratta di vere e proprie poesie.

 

I parolieri così come i compositori si iscrivono alla Siae (Società Italiana degli Autori ed Editori) che tutela le opere che vengono divulgate per poter assegnare i proventi a ciascuno autore, sia della parte letteraria (paroliere appunto) che della musica,  fino a qualche tempo fa si doveva sostenere un esame (io stesso per iscrivermi nel 1967 dovetti farlo avendo ben 5 ore a disposizione per poter dimostrare di saper e scrivere due testi, uno a tema libero l’altro a tema obbligato). Un vero diploma dunque!

Oggi purtroppo non è così, per iscriversi basta versare un importo richiesto e chiunque, qui purtroppo è la penalizzazione per chi anni addietro ha dovuto sostenere un duro esame per accedere, può iscriversi, magari anche chi non lo sa fare ma firma soltanto i testi, e ve ne sono tanti…

 

Sarò sembrato forse un tantino polemico ma mi è sembrato opportuno dunque spiegare, soprattutto ai giovanissimi, come stanno le cose, in modo che possano apprezzare tutti coloro, parolieri veri, che hanno fatto e fanno di questa professione uno dei motivi di vita.

 

(da www.Filastrock.itScrittura creativa)

 

www.ilportaledelsud.org/luciano_somma.htm

 

 

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