mag 26

 

IV

Chi legge il giornale?

Boh!  Non dice nulla.

Slitta   grida il vento

e la foga

che sleppa slabbra sbrega

sfrizza  slissa  slania

        don   don   dòòòn

 slen   slen   slen

      do   do    don

      do   do    don

splèp  slèp

              do   dòn

   ces   ces   ces

do dòn,

sempre più forte

sempre più veloce

rapido   express  

sui binari slèp slip

        glèe   glèe   glèen:

Ohi ragazzi!

                        Òòoh!

Mani elettriche

mani rock

le mie   le tue    il treno

                                   pòp,

un film sulla rotaia

CD al seltz

l’autografo BAND.

apr 19

 

Ho ripescato un intervento sostenuto al Salone della Musica di Torino il 12 ottobre 1998 che mi sembra talmente attuale da aver voglia di proporlo perché venga presentato sul prossimo numero del Giornale degli Autori col titolo “Il mestiere dell’Autore – Per esempio in America”

Il riassunto del mio intervento è approssimativamente il seguente:

Mi chiamo Alberto Testa, sono un autore e qui rappresento la metà di una testimonianza intitolata più o meno: “ALBERTO E FABIO, PADRE E FIGLIO AUTORI IN ITALIA E IN AMERICA”.

Essendo noi, autori e non tecnici, non parleremo di “territorio” e di “organizzazione” come dice il titolo del Convegno ma la relazione avrà un carattere personale e magari un po’ colorito.

L’argomento della relazione sarà la ricerca anche in Italia di un rapporto di conoscenza-amore fra pubblico e autori, come c’è – per esempio – in America. Mentre qui, in Italia, troppo spesso – per quanto riguarda la canzone – l’autore, se non è cantautore, è nessuno.

Chi è un autore? Perché una persona fa l’autore? Probabilmente…perché SI.

Penso che ognuno si auto-autorizzi a fare l’autore, indipendentemente da diplomi, lauree e cognizioni tecniche; tant’è vero che fra musicisti che hanno uguale preparazione musicale…uno fa il copista, uno il secondo violino, uno il direttore d’orchestra, uno l’autore da Oscar.

Io mi sono auto-autorizzato a scrivere testi per canzoni, poi per spettacoli radiofonici e televisivi ma tremo davanti a ogni lavoro. Così, quando mi viene affidato, o io stesso mi propongo un compito…sono sempre un po’ spaventato e non sono affatto sicuro che riuscirò a fare una cosa accettabile.

Read the rest of this entry »

mar 10

 

 

Da Carducci a Pascoli: nelle scuole italiane la compilation con dieci pezzi forti della letteratura italiana

Praticamente è un mini Sanremo per sommi poeti. Senza principi, né fischi né orchestrali che lanciano spartiti. Ma anche qui ci sono ex festivalieri, un tenore e qualche figlioccio dei talent show.

COMPILATION IN VERSI – Si chiama «Musica e Parole. 10 in Poesia» ed è una compilation di dieci pezzi forti della letteratura italiana in versi, trasferiti su melodie inedite e trasformati in altrettante canzoni incise su cd. Niente televoto. Il tutto si fa a scopo didattico: l’iniziativa infatti è patrocinata dal Ministero per l’Istruzione. Il cofanetto, che comprende un libretto con testo e note biografiche dell’autore, più una base musicale per esercitarsi come al karaoke, dal prossimo settembre verrà distribuito in 70.000 copie ai ragazzi delle scuole medie di sei regioni: Piemonte, Lombardia, Lazio, Abruzzo, Puglia e Sicilia. Farà parte del programma di studio. Con la speranza che appassioni alla poesia la generazione degli sms …

[leggi l’intero articolo di Giovanna Cavalli (Corriere della Sera) o guarda il servizio (TG2). Per ascoltare in anteprima qualche traccia www.lorianalana.it]

dic 9

 

 

Parole nella musica è l’offerta formativa rivolta agli aspiranti parolieri o a chi, già del mestiere, desideri approfondire le tecniche di scrittura specifiche per i testi destinati alla musica.

L’offerta prevede tre percorsi formativi distinti (e personalizzabili):

 

1.   Alfabetizzazione musicale per parolieri non musicisti

2.   Il paroliere musicista

3.   Il paroliere nel tempo: dalle romanze alle canzoni attuali

 

Il percorso 1. fornisce a parolieri (o aspiranti parolieri) non musicisti le conoscenze musicali necessarie per costruire al meglio un testo destinato alla musica.

 

Il percorso 2. esamina a fondo la struttura della canzone pop (e delle sue varianti) e fornisce le tecniche e le abilità necessarie per “costruirci sopra un testo su misura”, nei vari stili.

Il percorso si avvale di un testo didattico proprio e di alcune dispense complementari.

 

Il percorso 3. prevede l’analisi della canzone (parole e musica) dalle sue origini sino ai nostri giorni, privilegiando i cambiamenti principali che nel corso del tempo la hanno resa nella forma attuale. Al termine di ogni analisi il partecipante dovrà costruire un testo nello stile studiato.

 

Tutti i percorsi possono anche essere seguiti online. A ciascun partecipante verrà distribuito del materiale didattico (cartaceo o elettronico) per lo studio e le esercitazioni.

 

Si valutano proposte per stage e/o seminari nelle scuole

 

Per ogni informazione scrivere a parolenellamusica@gmail.com

 

 

 

Programma dei percorsi

 

 

Alfabetizzazione musicale per parolieri non musicisti

 

Argomento  1 – il suono: voce e udito

2 – il suono: lingua e musica  

3 – caratteristiche dei suoni

4 – sistema tonale

5 – chiavi e lettura musicale

6 – tempo e ritmo

7 – segni d’espressione

8 – cenni di armonia

9 – nomenclatura degli accordi

10 – strumenti musicali

11 – struttura e forma della canzone pop

       (strofa, ritornello, ponti)

12 – frase e periodo musicale

13 – musica e parole

14 – la canzone

15 – interpretare la musica

 

 

Il paroliere musicista

(è necessario possedere una discreta conoscenza della grammatica musicale)

 

Argomento  1 – struttura e forma della canzone pop

                     (strofa, ritornello, ponti)

2 – frase e periodo musicale

3 – il testo e la comunicazione

4 – la struttura del testo

5 – tipi di testo

6 – il registro del testo

7 – i dizionari e il loro uso

8 – creare e manipolare un testo

     (esercizi di scrittura creativa)

9 – comporre un testo prima della musica

10 – comporre un testo per una musica

11 – la musicalità delle parole

12 – metrica

13 – la rima

14 – montare un testo sulla musica

15 – stili e generi

16 – adattamento del testo ai vari stili e generi

 

 

Il paroliere nel tempo

(è necessario possedere una discreta conoscenza della grammatica musicale)

 

Dalle romanze agli anni ‘50

anni ‘60

anni ‘70

anni ‘80

anni ‘90

contemporaneo

 

 

 

 

 

ott 20

 

 

Si è spento a Roma il 19 ottobre Alberto Testa, uno tra i più grandi e noti parolieri italiani.

Il blog Il Paroliere esprime il proprio cordoglio, anche a nome dell’Italia intera.

Grazie per le tue canzoni, Alberto.

  

 

albertotestahome2

ago 1

 

 

 

E uno si domanda: “Ma è un mestiere?”

No. E’ un sacco di altre cose: un’ispirazione, una voglia, una necessità spirituale, un prurito, un senso di superiorità, un divertimento, una lotta contro il senso di impotenza di fronte alla natura, alla bellezza, alla perfezione irraggiungibile, una guerra contro il vuoto, contro l’ignoranza, una scala per il cielo, un gioco, una botola per lo sprofondo, un’attrazione irresistibile, un incanto, un sogno, una follìa, una favola, un pugno nello stomaco, una spinta per cui tu professore, bestia, intelligente, analfabeta, sensitivo, insensibile, presuntuoso, modesto, ridicolo, onesto, entusiasta, vitale, eccitato sessualmente, depresso moralmente, fortunato, sfigato, ricco, sicuro, fresco, spappolato nel cervello ti butti sul foglio bianco di un computer e lo riempi di te, ti infili in una soffitta o voli all’aperto carico di pennelli, tele, macchine fotografiche e spari tutte le tue ossessioni-ispirazioni o ti precipiti su una chitarra, su un pianoforte, su una stupenda tastiera e come se fosse l’ultima possibilità che ha il mondo di conoscere la verità canti tutto te stesso con tutti i tuoi colori, le lacrime, le sofferenze, le speranze… tutto!

 

Vabbè… e il mestiere?

E il mestiere, come ho già detto… no. Cioè, non ancora.

 

Tutto quel che sentiamo bollire dentro di noi, può essere semplicemente emozione.

Se poi per caso indipendentemente dalla nostra cultura e dai nostri studi (che sono importantissimi per lo stile che nascerà) dicevo, se il destino ci ha regalato anche la sensibilità dell’artista e la fortuna di saperla esprimere, allora è Arte, non mestiere.

A farla diventare mestiere dobbiamo pensarci noi, con tenacia, con pazienza e con un autocontrollo tale che ci permetta di continuare a mantenere nobile il nostro prodotto e nobile quella che è diventata o sta diventando o diventerà professione. Solo a quel punto possiamo sperare di mantenerci; e mantenere anche una famiglia.

 

Infatti io penso che tutti gli esseri umani provino magari senza riconoscerle le emozioni che portano alla nascita dell’opera d’arte. Si trovano però solo al primo gradino senza fatica e senza impegno. Riuscire a salire il secondo gradino dipende da quella che Mogol vede in una indicazione del “cielo” che illumina solo alcuni esseri. La mia convinzione è che esista un terzo gradino sul quale possono salire solo coloro che hanno avuto anche la fortuna di saper comunicare la propria arte.

 

Ogni opera è una creazione e mentre certamente esistono differenze di valori tra opere colte ed opere popolari, non esistono però differenze di impatto sulla cultura e nella storia della società; ogni opera lascia un segno, piccolo o grande. L’importante è che ogni autore conosca il valore e i limiti di quel che sta creando. E con ciò dimostrerà rispetto di se stesso e della propria opera.

 

Tutto ciò che qui dico, non è una “lezione”; è solo un pensiero. E riassume il modo in cui mi sono comportato io, trovandomene soddisfatto. Spero che a qualcuno sarà utile leggermi.

 

Arriva un momento in cui comincia a delinearsi il mestiere: dobbiamo analizzare e riconoscere tra le nostre emozioni quelle che esprimendole possano farci mostrare meglio la nostra personalità, non necessariamente quelle di moda. Dobbiamo saper amare anche lavori non nostri, ammirare altri autori e imparare dai migliori: senza imitarli! A questo proposito io ho usato ai tempi in cui la mia professione era ancora in salita un trucco  semplicissimo: ogni tanto, mentre scrivevo un testo su una musica, mi domandavo per esempio: “Chissà se Nisa (grandissimo autore di testi come “Tu vuo’ fa’ l’americano”, “Guaglione”, “Accarezzame” e mille altri in napoletano ed in italiano) chissà se Nisa sarebbe soddisfatto di avere scritto queste parole?” Se la mia risposta era onestamente “Sì”, andavo avanti, lo battevo a macchina come si usava prima della comparsa del personal computer e lo consegnavo, se no cominciavo a limare, cambiare, cercar di capire perché no e qualche volta stracciavo tutto per ricominciare da capo.

 

Perdonatemi ma siccome canzoni faccio, di canzoni parlo.

 

Un’altra cosa che mi ha aiutato a sviluppare il mestiere è che pur essendo convinto che un lavoro fosse buono non ho mai giudicato finito e perfetto un mio testo e così quando l’autore di una musica mi chiede di cambiare qualcosa se il cambiamento non stravolge la mia idea normalmente accetto di ritoccare. E’ una sfida divertente quella di usare una lingua tanto bella e difficile come l’italiano e riuscire a cambiare mille volte espressione senza sbagliare significato, grammatica e metrica! Sotto sotto ho la convinzione che qualunque opera possa essere ritoccata, anche la Divina Commedia a patto che a ritoccarla sia Dante Alighieri.

 

Devo anche dire che non scrivo mai una cosa perché sono convinto di farci soldi ma perché quell’idea mi coinvolge, quella musica mi piace, quel giovane merita che gli si dia un’occasione. Pensare ai soldi mentre si crea, ho l’impressione che meni gramo.

In più, ricordiamoci che dopo aver rispettato te stesso e gli altri autori, puoi pretendere che a loro volta gli altri ti rispettino.

 

 

www.albertotesta.net

 

 

 

 

mag 24

  

 

Era il titolo di una trasmissione televisiva, ancora in bianco e nero e quindi di parecchi anni fa, che per la prima volta presentava al grande pubblico TV quelli che scrivevano le parole delle canzoni, i parolieri, appunto. Ricordo di aver visto per la prima volta le facce allora giovani di Mogol, Pallavicini, Alberto Testa, Nisa, Chiosso, Migliacci ed altri di cui non ricordo i nomi ma che a me, ragazzino, alle prese con la mia prima fisarmonica, parevano degli impiegati con giacca e cravatta. Mi sembrava, a torto, che non avessero nulla da spartire con il rutilante mondo della canzonetta che allora presentava i vari Peppino di Capri prima maniera, Fred Buscaglione, Tony Dallara, Modugno e le signore Nilla Pizzi e Tonina Torielli insieme alle nuove leve Mina, Milva, Ornella Vanoni. Ed invece erano anche loro gli artefici di tutti i grandi successi che ancora oggi ricordiamo.      
Da quella volta non mi pare che la televisione abbia mai più portato alla ribalta né qualcuno di loro né le nuove leve per far conoscere al grande pubblico coloro che con i loro versi hanno a volte divertito, a volte fatto sognare, a volte fatto pensare milioni di persone e comunque contribuito al successo di tante canzoni. Il fatto in sé non mi stupisce dato che gli autori, specie nelle trasmissioni televisive,  non sono neppure citati nei titoli di coda al pari dell’ ultimo degli attrezzisti di studio, con tutto il rispetto per il loro lavoro.

Ed il lavoro nostro dove lo mettiamo ? Il riferimento alla trasmissione televisiva di tanti anni fa è solo uno spunto per dire che il “grande pubblico” non conosce gli autori di quello che, volenti o nolenti, è il sottofondo della nostra vita quotidiana. Tutti conoscono i grandi nomi della musica pop e pensano che i loro grandi successi siano frutto solo della loro pur grandissima bravura. Spesso questi sono stati confezionati in collaborazione con altri che a loro volta meriterebbero di essere conosciuti. E più si conoscono quelli che lavorano dietro le quinte più si capisce quanto sia importante il loro lavoro e quanto, giustamente, debba essere riconosciuto e retribuito (dalla Siae) e non considerato già come un privilegio il fatto di poter lavorare con quei grossi nomi. Anche perché tutti gli altri autori che non hanno questa possibilità o capacità o privilegio, hanno tutto il diritto di far sapere che esistono, che esiste il loro lavoro, esattamente come un qualsiasi altro professionista.

 

da Il giornale degli autori

 

www.eugeniodelsarto.com

 

mag 18

  

 

 

Saper scrivere, l’amore per la musica e un buon senso ritmico. Questi sono gli ingredienti essenziali per essere un buon paroliere. Con in aggiunta una sufficiente dose di talento. Scoperte queste qualità, si possono poi raffinare, frequentando una scuola.

In Italia le scuole che perfezionano l’attività del paroliere non sono moltissime. Anzi, a dir la verità si contano su mezza mano. A chi non avesse le possibilità di frequentarle, conviene prendere contatti direttamente con chi è del mestiere. 

 

dscn0693

 

 Qui (in una scuola) si può imparare a creare un testo su misura per lo specifico scopo comunicativo (canzone per bambini, per raccontare una storia, di protesta sociale, d’amore …) considerando la natura della musica su cui andrà montato, e il suo linguaggio (si può essere musicisti oppure no!). E si approfondisce lo studio della metrica, si hanno nozioni sul ritmo.

Non va trascurato lo studio in generale: una conoscenza più o meno approfondita del mondo che ci circonda e di tutto quello che accade. Conoscere l’essere umano e le sue passioni, le sue gioie, i suoi dolori … il suo destino. E saperli raccontare, musicati.

Pronti allora per questo appassionante e lungo viaggio? e non temete di volare: la musica vi sosterrà tenacemente per tutta la sua durata.

 

d. devivo

  

mag 15

  

 

Il paroliere è un comunicatore, un “accordatore”, uno scrittore (specifico).

Un comunicatore, perché attraverso le sue parole trasmette idee, stati d’animo e la propria visione del mondo. Queste sue parole — ascoltate e interpretate dalla gente — sono dei messaggi: è la comunicazione.

Un “accordatore”, perché le parole sono suoni, e questi suoni sono “accordati” con altri suoni (quelli musicali): è la canzone.

Uno scrittore, perché le sue parole si presentano sotto forma di testo, e questo ha delle specificità di composizione: è per farlo muovere insieme alla musica…

.. uno scrittore, già… s’impara a diventare scrittori? qualcuno ci insegna a provare dei sentimenti? ad amare? a sognare? a essere creativi? … a piangere? e a travestire i nostri stati d’animo in testo? …

dscn06705

 

Una scuola di scrittura insegna le tecniche per scrivere un testo efficace e corretto in una determinata lingua. Non insegna a inventare contenuti — sono già dentro di noi: sono le nostre esperienze di vita, la nostra cultura! — ma trasmette delle tecniche per riuscire a manipolare e a trasformare questi contenuti, dopo che sono diventati testo.

Allo stesso modo, una scuola per parolieri insegna le tecniche di scrittura necessarie a comporre e montare un testo efficace e corretto sopra delle note musicali (in simbiosi con la musica ospitante). In pratica, insegna ad accorgerti dei tuoi contenuti, a dargli una prima forma e a manipolarli. E poi a metterli in sella su di un pentagramma (la velocità di corsa? ma è scritta a inizio rigo!)

 

d. devivo

 

[continua…]

 

mag 12

 

 

Ci si potrebbe chiedere: ma un paroliere che non conosce la grammatica musicale (note, figure, valori, etc.), come può scrivere un testo da montare sulle note di una canzone?

Non avere conoscenza della grammatica musicale non significa non avere musicalità. E la musicalità si manifesta ogni qualvolta noi parliamo (facciamoci caso!), cioè ogni volta che produciamo suoni sotto la veste delle parole…

 

SOttolaVEste DELlepaROle

PA’papaPA’pa PA’papaPA’pa

 

Questa musicalità si chiama cadenza (andamento ritmico), ed è sufficiente al “paroliere musicato” per il montaggio di un testo su di una melodia.

 

 

Una melodia ha una sua cadenza (che si percepisce durante l’ascolto, anche se non si conosce la grammatica musicale). Il “paroliere musicato” che scrive il testo per quella melodia, cerca di sfruttare una combinazione di parole con cadenza uguale a quella della melodia, così da poter sovrapporre al ritmo di questa il ritmo delle parole. Poi, di seguito, fa in modo di far combaciare la frase verbale con quella musicale: accento forte su accento forte, accento debole su accento debole, suono su sillaba e sillaba su suono. Facile, no?

Però, oltre agli accenti ritmici (cadenza), il paroliere non musicista deve anche considerare gli accenti tonici (dati dalle vocàli accentàte nélle sìllabe), soprattutto se il testo da lui composto è una poltiglia di monosillabi (come accade spesso in qualche canzone di un qualche genere particolare). Questi i suoi strumenti: accento ritmico e accento tonico.

Tutto qui?

Questo è quanto un “paroliere musicato” deve riuscire a fare… (anche con l’aiuto di un po’ di conoscenza del fenomeno della fusione delle vocali… la cosiddetta sinalefe. E’ per ottenere un buon accoppiamento ritmico sillabe-suoni).

Ma non azzardiamoci a pensare che tutti questi “nodi” non devono essere sciolti da un paroliere musicista, anche se lui, a differenza del “paroliere musicato”, ha un’arma in più: può effettuare interventi chirurgici leggermente più selettivi sulle note. Il risultato — comunque — è sempre lo stesso: una musica fresca parlante.

 

d. devivo

  

mag 9

 

 

 

Ciao Antonello. Prima di tutto ti voglio ringraziare per essere qui a parlarci di te e di questo bellissimo e difficile mestiere, il paroliere.

 

Parlando appunto della sua difficoltà, quali ostacoli hai incontrato per affermarti come paroliere, soprattutto agli inizi della tua carriera?

 

Antonello: Il mio primo ostacolo fu l’allora RCA, che pure mi aveva invitato a dare un contributo alla sua produzione debordante. Ci approdai nei primi anni ’70, quando la multinazionale aveva già un suo parco autori e i giochi erano fatti. “Rien ne va plus”. Era pieno di correnti lì dentro e per non prenderti una broncopolmonite dovevi entrarci con il cappotto anche d’estate. Però c’era un bel bar all’RCA, e tutti a darsi manate sulle spalle, baciati dal Padreterno e non. I risultati erano tanti per pochi e pochi per tanti.

 

Quali consigli daresti a un giovane che “da grande” volesse fare del paroliere il mestiere della sua vita?

 

Specie al giorno d’oggi, sconsiglierei chiunque. Se poi la passione dovesse traboccare, suggerirei di tenere questo mestiere come seconda attività o come passione. La passione diventa antipatica però, quando non è corrisposta. E l’ambiente della musica è arido come la gola di un assetato di questi tempi… o come una donna che ti snobba.

 

E se la passione gli traboccasse, quale e quanta cultura dovrebbe avere?

 

Un po’ di confidenza con l’italiano, con la metrica e con il cuore.

 

E il talento? quanto?

 

Il talento dovrebbe essere un valore assoluto, ma adesso non lo è più. Il metro di valutazione è affidato a musicisti falliti, raccomandati, a Simona Ventura. La valutazione vera dovrebbe essere data, per regola, dal consenso di chi acquista musica. Tutti quelli di talento dovrebbero avere la loro chance.

 

A proposito di talento… qual è stata la prima canzone – o meglio le prime parole da te scritte, il testo – che ti ha affermato come paroliere?

 

Il mio primo testo in assoluto fu “Il ragazzo del sud”, una versione italiana di “Banana Boat” di Harry Belafonte. Quello che ebbe una buona eco fu “Padre Davvero” di Mia Martini.

 

E qual è stata la canzone che ha avuto maggior successo fino a oggi in tutta la tua carriera?

 

E’ una bella lotta tra “Anima mia” e “Laura non c’è”.                 

 

E il testo di cui vai più orgoglioso?

 

Tutti quelli scritti di getto senza ricorrere al mestiere, mi rappresentano di più. Vanno cercati negli album dei vari artisti con i quali ho collaborato, visto che quasi mai sono stati dei singoli. Si riconoscono subito perché sanno di vero.

 

A proposito della tua Anima mia… che effetto ti fa, a distanza di più o meno 40 anni, di sentirla ancora intonare anche dalle labbra dei più giovani?

 

Anima mia è un evergreen, ha una sua strana magia che resisterà al tempo se la musica vuole.

 

Chi ha deciso di affidare Anima mia alle voci dei Cugini di Campagna?

 

Loro erano gli autori della musica, fu un fatto naturale che la cantassero.

 

Secondo te, il vero successo di una canzone è dovuto più: alle parole, alla musica, agli interpreti o a tutti e tre insieme? E’ dovuto anche ad altro? Per esempio alle strategie di mercato… alle capacità divulgative e persuasive dei mass media…

 

E’ dovuto a tutte queste cose messe insieme. Se dovessi fare una graduatoria, dando per scontata una buona promozione, privilegerei la musica e l’interprete.

 

Torniamo ancora agli anni ’70: Padre davvero e Mia Martini… qual è la loro relazione?

 

Che io l’ho scritta senza neanche conoscere Mimì e lei l’ha interpretata. Caso volle che venissimo ambedue da una situazione conflittuale con la figura paterna. Fu subito sintonia.

 

Che ricordo hai di Mia Martini?

 

Mimì era una grande artista e una donna ancora più grande.

 

Circa otto anni più tardi, nel 1978, hai inciso il tuo primo e unico 45 giri, dal titolo: Sai che ti dico? ma vaff…, che a causa di una parolaccia inserita nel testo è stato censurato dalla RAI. Com’è cambiato il modo di percepire e di vivere una canzone, da allora fino a oggi?

 

In quel periodo incisi “Esser puttane” con il mio nome, “Sai che ti dico” e “Linda Linda” con lo pseudonimo di Joe Alaria. Quest’ultima vendette bene in un paese del Sud America, non ricordo bene quale… Tornando alla tua domanda, devo dire che oggi le cose sono molto cambiate. Mandare a fare in culo qualcuno è quasi un’espressione d’affetto.

 

Quindi era meglio prima o è meglio ora?

 

Chi può dirlo? I tempi giusti, però, sono quelli che viviamo per il fatto che ci stiamo dentro. Se non ci piacciono, sta a noi cercare di cambiarli.

 

Tra le altre cose, hai svolto anche un’attività come educatore. Com’è stata la tua esperienza in questa veste nel carcere minorile? e quella nell’istituto per disabili psichici? Ti ha arricchito questa esperienza?

 

Ho imparato molto da quei ragazzi, loro hanno educato me.

 

Torniamo al paroliere. Oggi lavori con Nek e con altri artisti. Ti soddisfa il tuo lavoro?

 

Per Nek ho una grandissima stima, ma ridurre le parole e i concetti a un percorso stabilito da una musica già scritta comincia ad andarmi un po’ stretto.

 

Dal paroliere allo scrittore: il 27 febbraio 2007 hai pubblicato il tuo primo libro autobiografico, Non ho mai scritto per Celentano. Vuoi parlarcene brevemente?

 

E’ un bel libro, particolare. Parla di me, della musica, di quello che mi è successo – ed è successo – in questi ultimi cinquant’anni. L’ho affidato a una piccola casa editrice, ha fatto quello che ha potuto. Poco. Il libro meritava di più.

 

Anche tua figlia Valentina ha scritto un libro: Io di più, di più, di più. Di più nel senso che anche lei vorrebbe fare il paroliere seguendo le orme di suo padre?

 

Il libro di Valentina sta ottenendo un ottimo riscontro. Se Dio vuole non pensa di scrivere testi e, se Dio vuole, privilegia lo studio a tutto. Ama molto gli animali, vuole fare veterinaria e questo è un fatto. Poi lo scrivere verrà, se deve venire. E’ quello che ti dicevo prima, non si vive più soltanto di parole.

 

Già… le parole…

 

 

www.antonellodesanctis.com

 

 

apr 25

 

 

Un saluto e un augurio di lunga vita a Daniele De Vivo e a questo blog, Il Paroliere.

Il Paroliere, già. Un lavoro da orologiaio. Un lavoro.

E sì, perché come per tutte le forme di espressione artistica, anche per la canzone si tratta di incanalare l’estro, la fantasia, l’ispirazione a un lavoro sistematico, paziente, tornito il più possibile.

La canzone, poi, è un innesto di mondi disciplinati. Ci sono la composizione, l’arrangiamento, il suono e, ovviamente, c’è la parola. Tutti questi ingredienti si devono parlare e, se vogliamo scrivere una buona e onesta canzone, devono formare la propria identità stilistica e il proprio carattere tenendo conto dell’identità e del carattere degli altri compagni.

È un processo apparentemente semplice, se preso dalla sua fine, l’ascolto.

Ma una buona canzone è tale proprio se la gamma delle emozioni che trasmette – tramite parole, note e arrangiamento – si può convogliare in un unico punto focale, il puntino della semplicità.

Lunga vita alle canzoni con questo puntino dentro…

 

Luca Ragagnin

www.lucaragagnin.it

 

 

apr 22

 

 

 

Sembrerà strano ma chi ricorda il nome dell’autore delle parole di qualche canzone di grande successo? Credo ben pochi, forse si conteranno sulle dita d’una mano…

Stiamo parlando dei parolieri, chi sa dire chi ha scritto  “44  gatti “ o la sigla di “Heidi” o “Le tagliatelle di nonna Pina”.

In passato  c’erano veri e propri poeti, i quali scrivevano poesie che poi venivano rivestite, come un buon sarto fa con un vestito su misura, di ottima musica, quella musica che ancora oggi va in giro per il mondo portando le note, spesso tristi, ma ce ne sono anche alcune allegre, dei nostri motivi che hanno fatto piangere di nostalgia tantissimi emigranti.

Ma oggi chi è dunque il paroliere? Secondo alcuni è un “artigiano” dell’Arte ma io sono più propenso a credere, anche se forse il mio giudizio è interessato, e forse di parte, poiché anch’io svolgo anche questa attività, che non sia un “mestiere” facile, vuoi che esca prima il testo vuoi che si debba mettere le parole su una musica già composta. Spesso si tratta di vere e proprie poesie.

 

I parolieri così come i compositori si iscrivono alla Siae (Società Italiana degli Autori ed Editori) che tutela le opere che vengono divulgate per poter assegnare i proventi a ciascuno autore, sia della parte letteraria (paroliere appunto) che della musica,  fino a qualche tempo fa si doveva sostenere un esame (io stesso per iscrivermi nel 1967 dovetti farlo avendo ben 5 ore a disposizione per poter dimostrare di saper e scrivere due testi, uno a tema libero l’altro a tema obbligato). Un vero diploma dunque!

Oggi purtroppo non è così, per iscriversi basta versare un importo richiesto e chiunque, qui purtroppo è la penalizzazione per chi anni addietro ha dovuto sostenere un duro esame per accedere, può iscriversi, magari anche chi non lo sa fare ma firma soltanto i testi, e ve ne sono tanti…

 

Sarò sembrato forse un tantino polemico ma mi è sembrato opportuno dunque spiegare, soprattutto ai giovanissimi, come stanno le cose, in modo che possano apprezzare tutti coloro, parolieri veri, che hanno fatto e fanno di questa professione uno dei motivi di vita.

 

(da www.Filastrock.itScrittura creativa)

 

www.ilportaledelsud.org/luciano_somma.htm