nov 28

 

 

Hai mai provato a far vibrare come un suono l’inchiostro della tua penna? C’è chi lo ha fatto e ci è perfettamente riuscito. E non solo! Difatti, la vibrazione scaturita si è manifestata talmente energica da originare altre vibrazioni. E altre ancora, da queste ultime. E così via, moltiplicandosi, innescando a tal punto anche quelle oscillazioni che con le loro (s)onde vanno determinate a svelare il dialogo tra poesia e canzone.

Dove? nel circuito della musica leggera. Per la precisione, tra canzone d’autore e testo poetico.

Come? da un incontro di studio promosso dal Centro Studi Fabrizio De André della facoltà di lettere dell’Università di Siena, denominato Poesia e canzone d’autore in Italia. Evoluzioni contemporanee e fantasie di avvicinamento.

 

Qui, dietro invito a «mettere a confronto le loro esperienze di lavoro e di ricerca allo scopo di raccogliere punti di vista diversi sui rapporti fra poesia e canzone d’autore nella cultura italiana degli ultimi decenni», si sono esibite le penne di poeti, cantautori, critici, musicologi, editori, insegnanti, andando così a istituire un concertato di saggi e trascrizioni di interventi, forgiato nelle eleganti e pratiche vesti di libro… un libro che “suona” con cadenze virtuose e imperative dal taglio di una più che arguta critica musicale:

 

 

 suonoinchiostro

 

 

Nel volume, oltre a interventi di artisti come Teresa De Sio, Sergio Berardo, Aldo Nove, Samuele Bersani, Elisa Biagini, Lello Voce, Frankie Hi NRG MC, Rosaria Lo Russo, Franco Loi, Enrico Ruggeri, Salvatore Niffoi, David Riondino e Roberto Vecchioni, si presentano alcuni autografi di Fabrizio De André attraverso i quali è possibile scivolare curiosamente attraverso i suoi procedimenti creativi.

 

“… Lessi Croce, L’Estetica, dove dice che tutti gli italiani fino a diciotto anni possono diventare poeti, dopo i diciotto anni chi continua a scrivere poesie o è un poeta vero o è un cretino. Io, poeta vero non lo ero. Cretino nemmeno. Ho scelto la via di mezzo: cantante.” (Fabrizio de Andrè)

 

 

d. devivo

 

www.chiarelettere.it

 

 

 

nov 9

 

 

ad altri,

me compreso.

 

 

E’ così — levandosi forse beffardo — che Lino Angiuli intende “suonare” al pubblico una sua recente raccolta di parole e musica:

 

 

ventotto 

 

 

L’epigrafe è un inizio sicuro, duro, che anticipa audacemente il carattere mordace di ciascun componimento sonoro (parole e musica, appunto) che, chiuso dapprima in gelosa custodia, silente vibra tra le pagine del volume, in attesa di essere poi sprigionato dalla propria lettura e da questa — come per magia — essere reso canto (e musica, dai brani su spartito inclusi nel libro).

 

Alla lettura di questa dedica, si ha la sensazione di ondeggiare tra le sonorità delle prime quattro battute di apertura della Sinfonia n. 1 di Ludwig van Beethoven, per poi, proseguendo tra i versi delle poesie, sentirsi scagliare con forza tra i ritmi ossessivi e le tensioni dai timbri stridenti della Sagra di primavera di Igor Stravinsky, che il farsi essere di queste poesie, nel loro insieme compositivo e sonoro, alle nostre orecchie riesce a ri-costruire

 

… /Non potrò mai diventare Dio/né per concorso né grazie/alle parole del Discorso/né sfruttando al massimo il rimorso/non c’è evidentemente/un toccasana digeribile/nemmeno nel formato/più tascabile/…

 

e così cambiando movimento

 

Lo so. Ci si deve addentrare/tra gli odori intrikati di terrapromessa/per la skoperta del filo spinato/intorno all’utero del kosmo. Ti skrivo dal tuo stesso/ufficio: reame di kartefalse timbri e skolorina/di aggettivi kon potere di vita e di morte/ mentre del tutto altrove nonkè a kaso/la luna preferisce sporgersi a un parapetto di kolline/ …

 

e come pure all’idea poetico-musicale ci si mostrano accordarsi perfettamente, nelle vesti di bitonalità, i versi cadenzati nel dialetto tuttora parlato in Valenzano (in provincia di Bari) di cui l’autore, del suo bilinguismo, della sua abilità multisonora, nella sua opera ci offre ampie dimostrazioni

 

Che nu scketure sckitte o na schetazze/sckatte la sckaccherosse/iesse ‘nginde la perchiazze/sckande la semende spande jinde alla vende/du terrene la recuascene sta prene/ …

 

e il tutto per portarsi a plasmare, infine, in movimenti più pacati e in suoni resi più trasparenti (riguardo i messaggi che trasportano), più regolari nel ritmo

 

Bisognerebbe abolirla la fame

Scegliere il pane al posto

dell’oro                    gridava

 

tenendo d’occhio il suo bestiame

indeciso se tagliar la testa

al toro

 

E’ a questo punto che si viene a formare l’immagine nitida di un Angiuli fabbro del suono, capace di fabbricare e modulare ogni sua idea poetica come note musicali facenti parte di una scala che fissa, con i suoi suoni disposti in diverse altezze, le varie consonanze e dissonanze del cammino di un poeta

 

Appena ebbe imparato a dire input

sentì il glande farsi tanto grande

più o meno come quello di un mammuth

e con un dito solo

toccò l’azimuth

 

scordandosi di essere soltanto

e soltanto

un cittadino onorario o peggio

un esule di Lilliput

 

d. devivo

 

 

www.schenaeditore.it

 

 

ago 9

 

Tu, insegnante. Pensa a una ragnatela molto grande, infinita. Immagina di essere sopra uno dei suoi fili e di iniziare a camminare. A un certo punto incontri un altro filo che attraversa quello su cui cammini. Poi ancora un altro, e un altro ancora. E così via, fino a un numero illimitato di fili, tra di loro intrecciati.

Ebbene, questi fili sono le possibili strade di quella rete d’insegnamento che puoi imboccare o suggerire di percorrere. E ogni volta che cambi percorso, cammini su di una nuova strada con il carico dell’esperienza e del sapere del percorso precedente, arricchendo man mano questa strada con il carico culturale dell’ultima traversata.

E’ proprio sull’idea di queste intersezioni del sapere che Cristina Baldo e Silvana Chiesa hanno pensato di tessere le trame del loro Intrecci sonori:

 

 intreccisonori2

 

“ … quattro percorsi di ascolto in cui il nucleo è il rapporto tra musica e parola, osservato da una prospettiva interdisciplinare rafforzata dai molteplici agganci alle arti figurative, all’estetica, alla storia sociale e secondo angolature scelte allo scopo di esemplificare altrettante possibilità di un percorso d’insegnamento concepito a partire dall’esperienza diretta del testo (verbale/musicale)

nell’ordine:

 

1.    un topos letterario-musicale (la seduzione canora), analizzato a partire da due celeberrimi brani operistici di Monteverdi e Bizet;

2.    una singola opera (Dido and Aeneas di Purcell) letta alla luce della sensibilità, della cultura e della realtà storica inglese del suo tempo;

3.    una tematica (l’amore) in alcune sue differenti trasposizioni poetico-musicali tra popular (Gino Paoli) e teatro musicale (Mozart, Rossini, Wagner);

4.    un’epoca (il primo Ottocento) vista al filtro del motivo — universale e allo stesso tempo particolarmente tipico di quegli anni — del viaggio e della figura del viaggiatore

 

Tutti e quattro i percorsi possiedono elementi che ne permettono l’interconnessione con altri.

 

E’ un nuovo modo di elaborare la didattica: “abolita l’impostazione storicistica lineare e consequenziale”, il libro — attraverso l’analisi della musica in rapporto al proprio testo verbale — propone un “concetto di cultura intesa come intreccio, trama di rapporti.

E’ una rete non chiusa su se stessa, ma aperta a cogliere i frutti di altri settori culturali che, interagendo con l’argomento principe avanzato dalle autrici, via via vanno a costituire quella che risulta essere la trama del nuovo modo di fare cultura nell’era del digitale e di Internet (rete, per l’appunto).

Quindi, prospettiva interdisciplinare, schede a rimando e questionari di verifica (in fondo a ogni capitolo) rendono Intrecci sonori non solo un ottimo laboratorio di ascolto fra musica e parola, ma anche un’indispensabile guida per il docente di liceo nel costruire un percorso didattico (per l’insegnamento della musica) che non vada a implodere alla minima volontà di apertura culturale mostrata dallo studente.

d. devivo

 

www.edt.it

 

 

lug 20

 

 

Tikete taket i tak

te me taket i tak a mi?

mi takàt i tak a ti?

taketi ti i to tak

tikete taket i tak*

 

E’ con questo scioglilingua milanese come con altri intrecci sonori quali filastrocche, canzoni, scat, nonsense, rap e molto altro che Enrico Strobino e Mario Piatti ci invitano a creare musica seguendo le onde altisonanti del loro Anghingò:

 

 Anghingò, Viaggi tra giochi di parole e musica

 

“… un libro per fare musica, o meglio un libro che vorrebbe invogliare tutti gli insegnanti e gli animatori musicali a partire da un modo primordiale del fare musica: usare la voce per fare suoni che abbiano sembianze musicali, pensare a una musica che nasca da testi parlati, dalla trasformazione delle parole quotidiane, su su fino alle filastrocche e alle canzoni ...”

… un libro che chiama in causa la voce per farla strumento esecutore principale: a partire da un “incipit” di poche note, via via la si “vede” farsi carico di altri suoni, quindi moltiplicarsi e aggregarsi, per poi manifestarsi ora in una forma ora in un’altra, prendere le sembianze delle parole e dar loro o togliere significato, formare testi… sino alla sua trasformazione finale più completa e complessa: la canzone.

Anghingò è un vero laboratorio di manipolazione del suono adatto al paroliere e al musicista. Ma a chi anche desidera far apprendere le magie della musica a degli iniziati, facendoli giocare con i suoni, con le parole, e utilizzando questi come tanti fili sonori di piccoli e grandi tessuti musicali da cucire e scucire a proprio piacimento, in varie forme.

Anghingò è un vasto campo dove si può esplorare il suono nella sua natura più intima e primordiale, e sperimentarlo, modellandolo con la voce. E’ un manuale. Una guida. E’ un ricettario sonoro necessario al paroliere e a chi come lui desideri ricavare sempre del nuovo materiale con cui dar alito alle proprie creazioni musicali…

 

… ma è anche una scatola di simpatici giochi verbali…

 

An ghin gò

tre galline e tre cappò

dove andavano non so:

forse andavano al mercato

a comprare il pan pepato …

 

d. devivo

 

(*si mette in scena il dialogo fra un ipocrita e un ciabattino: «Tu che attacchi i tacchi, puoi attaccare i tacchi a me?» E il ciabattino all’ipocrita, anche lui in realtà ciabattino: «Io attaccare i tacchi a te? Attaccateli tu, i tuoi tacchi, tu che attacchi i tacchi! » [Dossena 1997])

 

www.edizioniets.com

 

giu 22

 

 

«Fare il musicista, oggi come sempre, rimane un’ambizione di molti; ma, banalmente, non si fa più musica come una volta: sono cambiati i mezzi, i canali, gli intermediari, le tecnologie»

 

Tramite questa ouverture verbale, Gianni Sibilla si appresta a condurci scrupolosamente tra le fitte arie di una sua recente opera: 

 

industria1

  

In questo piccolo volume (dal formato di un fumetto ma dal contenuto di un trattato) l’autore pratica un’accurata analisi dell’industria musicale: sviscerandone tutti i settori ne mette in luce le funzioni, le caratteristiche, cogliendo poi i riflessi (anche sociali) dal prodotto ultimo della loro necessaria interazione, il disco.

 

Nel libro — idealmente costituito in due parti — si trova dapprima un Sibilla indagatore della struttura produttiva della musica pop (il musicista e chi lo supporta nella fase creativa, come il manager e i fonici; la discografia; il concerto), poi lo si riscopre acuto osservatore del ruolo che hanno i media (radio, TV, stampa, nuovi media e musica digitale) sia nella fase di promozione del prodotto musicale sia nella mediazione culturale tra la sua produzione e il suo consumo.

 

Il risultato dello sforzo è, a tutti gli effetti, un vademècum composto su misura per il musicista e per chi si nutre quotidianamente di musica pop, come per ogni suo appassionato. E’ un memorandum indispensabile al cammino di un compositore e a chi, come lui, si muove ambizioso tra i tortuosi canali propri dell’industria musicale.

 

E’ il tuo abbiccì.

 

«un musicista di fatto non esiste se non ha un pubblico che lo ascolti»

 

 

d. devivo

 

 

www.carocci.it

 

 

 

mag 30

 

« … I poeti non guidano la macchina. I poeti non vanno al supermercato. I poeti non vanno a buttare la spazzatura. I poeti non partecipano al consiglio d’istituto della scuola dei figli. I poeti non vanno a picchettare l’Istituto Case Popolari o quello che è. I poeti non… i poeti nemmeno parlano al telefono. I poeti in generale con le persone non ci parlano proprio. I poeti passano molto tempo ad ascoltare … E muoiono al verde. Oppure affogano nei laghi. I poeti di solito muoiono senza happy end … » (Bob Dylan)

Tu sei un poeta? o magari un aspirante o un consumato paroliere… o tutti e due, e vai alla ricerca di una soluzione alla sindrome del foglio bianco, inquietudine che ti ha appena colpito.

Si apprende molto, dai pensieri di ogni artista. E ancora di più se questi sono grandi artisti. E molto di più, se ancora più grandi. Fatto sta che nelle loro parole ogni creativo si ritrova. E si confronta, si conforta. Così come nelle loro sentenze, in cui ogni umano si rifugia, condiscendente.

Tanto ho percepito sfogliando le pagine di questa bella e preziosa “antologia” dell’autore di canzoni, recapitatami dalla minimum fax:

 

 

 

song 

 

Un libro dai toni aggraziati e delineati in un formato tascabile (si “accoscia” perfettamente tra le mani), morbido da sorreggere e da sfogliare. Ma saldo nelle parole, soprattutto.

E che parole! quelle sgorgate dalla bocca di artisti del calibro di Lou Reed, Neil Young, Paul Simon. E ancora Joan Baez, Jackson Browne, Merle Haggard. E tanti altri. Parole destinate ad accudire i segreti intimi del mestiere del songwriter, ma che qui, grazie all’opera tenace di Paul Zollo, sono svelati e mostrati come un ricco puzzle (i cui pezzi sono il collante della celebrità degli autori). E come tale, noi lo osserviamo per trarne preziosi suggerimenti. E per sognare, con le sue parole: Interviste sull’arte di scrivere canzoni.

E di vera arte, si tratta.

« … Abbiamo dei grossi problemi perché nelle nostre canzoni scriviamo quello che accade in questi tempi… Per cui a volte è difficile pure cantarle … »

Ma se per David Crosby è difficile pure cantarle, per te, con quello che accade in questi tempi, non sarà addirittura difficile solo pensarle?

 

 

d. devivo

 

 

 

www.minimumfax.com