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d. de vivo
E uno si domanda: “Ma è un mestiere?”
No. E’ un sacco di altre cose: un’ispirazione, una voglia, una necessità spirituale, un prurito, un senso di superiorità, un divertimento, una lotta contro il senso di impotenza di fronte alla natura, alla bellezza, alla perfezione irraggiungibile, una guerra contro il vuoto, contro l’ignoranza, una scala per il cielo, un gioco, una botola per lo sprofondo, un’attrazione irresistibile, un incanto, un sogno, una follìa, una favola, un pugno nello stomaco, una spinta per cui tu professore, bestia, intelligente, analfabeta, sensitivo, insensibile, presuntuoso, modesto, ridicolo, onesto, entusiasta, vitale, eccitato sessualmente, depresso moralmente, fortunato, sfigato, ricco, sicuro, fresco, spappolato nel cervello ti butti sul foglio bianco di un computer e lo riempi di te, ti infili in una soffitta o voli all’aperto carico di pennelli, tele, macchine fotografiche e spari tutte le tue ossessioni-ispirazioni o ti precipiti su una chitarra, su un pianoforte, su una stupenda tastiera e come se fosse l’ultima possibilità che ha il mondo di conoscere la verità canti tutto te stesso con tutti i tuoi colori, le lacrime, le sofferenze, le speranze… tutto!
Vabbè… e il mestiere?
E il mestiere, come ho già detto… no. Cioè, non ancora.
Tutto quel che sentiamo bollire dentro di noi, può essere semplicemente emozione.
Se poi per caso — indipendentemente dalla nostra cultura e dai nostri studi (che sono importantissimi per lo stile che nascerà) — dicevo, se il destino ci ha regalato anche la sensibilità dell’artista e la fortuna di saperla esprimere, allora è Arte, non mestiere.
A farla diventare mestiere dobbiamo pensarci noi, con tenacia, con pazienza e con un autocontrollo tale che ci permetta di continuare a mantenere nobile il nostro prodotto e nobile quella che è diventata o sta diventando o diventerà professione. Solo a quel punto possiamo sperare di mantenerci; e mantenere anche una famiglia.
Infatti io penso che tutti gli esseri umani provino — magari senza riconoscerle — le emozioni che portano alla nascita dell’opera d’arte. Si trovano però solo al primo gradino senza fatica e senza impegno. Riuscire a salire il secondo gradino dipende da quella che Mogol vede in una indicazione del “cielo” che illumina solo alcuni esseri. La mia convinzione è che esista un terzo gradino sul quale possono salire solo coloro che hanno avuto anche la fortuna di saper comunicare la propria arte.
Ogni opera è una creazione e mentre certamente esistono differenze di valori tra opere colte ed opere popolari, non esistono però differenze di impatto sulla cultura e nella storia della società; ogni opera lascia un segno, piccolo o grande. L’importante è che ogni autore conosca il valore e i limiti di quel che sta creando. E con ciò dimostrerà rispetto di se stesso e della propria opera.
Tutto ciò che qui dico, non è una “lezione”; è solo un pensiero. E riassume il modo in cui mi sono comportato io, trovandomene soddisfatto. Spero che a qualcuno sarà utile leggermi.
Arriva un momento in cui comincia a delinearsi il mestiere: dobbiamo analizzare e riconoscere tra le nostre emozioni quelle che — esprimendole — possano farci mostrare meglio la nostra personalità, non necessariamente quelle di moda. Dobbiamo saper amare anche lavori non nostri, ammirare altri autori e imparare dai migliori: senza imitarli! A questo proposito io ho usato — ai tempi in cui la mia professione era ancora in salita — un trucco semplicissimo: ogni tanto, mentre scrivevo un testo su una musica, mi domandavo per esempio: “Chissà se Nisa (grandissimo autore di testi come “Tu vuo’ fa’ l’americano”, “Guaglione”, “Accarezzame” e mille altri in napoletano ed in italiano) chissà se Nisa sarebbe soddisfatto di avere scritto queste parole?” Se la mia risposta era onestamente “Sì”, andavo avanti, lo battevo a macchina — come si usava prima della comparsa del personal computer — e lo consegnavo, se no cominciavo a limare, cambiare, cercar di capire perché no e qualche volta stracciavo tutto per ricominciare da capo.
Perdonatemi ma siccome canzoni faccio, di canzoni parlo.
Un’altra cosa che mi ha aiutato a sviluppare il mestiere è che — pur essendo convinto che un lavoro fosse buono — non ho mai giudicato finito e perfetto un mio testo e così quando l’autore di una musica mi chiede di cambiare qualcosa — se il cambiamento non stravolge la mia idea — normalmente accetto di ritoccare. E’ una sfida divertente quella di usare una lingua tanto bella e difficile come l’italiano e riuscire a cambiare mille volte espressione senza sbagliare significato, grammatica e metrica! Sotto sotto ho la convinzione che qualunque opera possa essere ritoccata, anche la Divina Commedia — a patto che a ritoccarla sia Dante Alighieri.
Devo anche dire che non scrivo mai una cosa perché sono convinto di farci soldi ma perché quell’idea mi coinvolge, quella musica mi piace, quel giovane merita che gli si dia un’occasione. Pensare ai soldi mentre si crea, ho l’impressione che meni gramo.
In più, ricordiamoci che dopo aver rispettato te stesso e gli altri autori, puoi pretendere che — a loro volta — gli altri ti rispettino.
Chiuso fra cose mortali
(Anche il cielo stellato finirà)
Perché bramo Dio?
Exultet iam angelica turba caelorum…*
… e ad accompagnare il progredire di questa nenia monodica, l’avanzare ritmico delle immagini miniate che ne illustrano i fatti. Trama acutamente osservata sciogliersi dagli occhi di un’attonita ma attenta fedele assemblea.
Non ventiquattro al secondo. Né meno. Né venticinque. Solo il numero di fotogrammi utile a compiere il gesto propiziatorio che ne sviluppa la narratio, e che smodato ne accresce il corpo svelandone la grandiosità. Ora al tempo alternato del levarsi di una mano, ora al suo controtempo.
… exultet divina mysteria…
… e lì sopra, lui. L’attore. L’unico protagonista. Il solo cantore inquadrato nella misura di un pulpito riecheggiante un ipotetico spazio cine-televisivo. Lui, il diacono, brandente fiero il rotolo che della Veglia Pasquale ne sostiene la solennità. E ne conserva la musica, anche se ridotta a dei poveri segni sprigionati nella secca pelle di una più che sacrificale pecora.
E le sue parole: suoni latineggianti armoniosi scagliati contro rosoni variopinti e retro illuminati, sì da rendere con le loro sottili riverberazioni immaginifico lo spettacolo. E nell’insieme tremante. Grazie anche alle manifestate emozioni di ciascun rapito presente.
… et pro tanti Regis victoria tuba insonet salutaris…
E’ uno scenario mistico…
… Exultet.
d. devivo
(*Exultet, wikipedia)
Nella precedente parte di questo articolo (parte due) abbiamo capito che per poter ascoltare un suono digitalizzato (esecuzione vocale, pianistica; opera, etc.) bisogna prima convertirlo in analogico (energia elettrica) e poi trasdurlo nella sua forma d’onda originaria, cioè sonora (pressione acustica).
Preso un oggetto qualsiasi, l’intero processo è questo, dall’inizio alla fine:
(per la digitalizzazione): da forma d’onda originale (per esempio suono), in trasduzione in forma d’onda elettrica, a digitalizzazione (codice binario, 0 e 1);
(per la sua percezione, per esempio l’ascolto): da digitale (codice binario), in conversione in forma d’onda elettrica, a trasduzione in forma d’onda originale (suono).
Sia all’inizio della trasformazione che alla fine troviamo sempre lo stesso oggetto: una forma d’onda di certe proprietà all’inizio, una forma d’onda delle medesime proprietà alla fine (più o meno, a seconda della qualità del processo di trasformazione). La natura è sempre la stessa. Né analogica, né digitale. E’ l’essere umano che è intervenuto a modificare temporaneamente il suo stato, in l’una o l’altra forma.
Ma se alla fine del processo di trasformazione ci troviamo a operare con un oggetto che ha la stessa natura che possedeva al principio (della sua trasformazione), cosa lo trasformiamo a fare? lo si fa per una sua conveniente manipolazione: riproduzione illimitata (priva di degradazione), trasmissione (quasi immediata), elaborazione (possibili mutamenti).
Ma cosa c’entra in tutto questo il paroliere?
Il discorso nasce quando si vuole identificare, valorizzare e ben determinare il lavoro del paroliere nell’ambito professionale.
Si parla della costruzione di un testo destinato a essere trasmesso con mezzi analogici o digitali? c’è qualche diversità di produzione per l’uno o l’altro? bisogna tenerne conto?
Come abbiamo visto, né l’analogico né il digitale ci permettono di fruire dell’oggetto in argomento, se non ricondotto nella sua forma natale.
Né l’udito né la vista sono sensibili all’energia elettrica o a un codice numerico, se questi non si presentano sotto forma di luce o di suono, e cioè nel loro primo aspetto.
Allora le domande da porsi vertono su tutt’altre direzioni (trascurando momentaneamente il contenuto del messaggio che il prodotto deve trasmettere): è un testo destinato alla pubblica esecuzione? dal vivo o attraverso i mezzi di riproduzione? quali? in quali luoghi? o destinato alla fruizione mediatica? in quale specifico settore? con quale specifico scopo?
Sono domande che riguardano il linguaggio e la forma del messaggio, non la natura che potrebbe assumere il testo passando da questo a quell’altro tramite.
d. devivo
Certo che con l’avvento dell’era digitale, il mondo produttivo è completamente cambiato: si è velocizzato, alleggerito, (maggiormente) specializzato.
Velocizzato perché ora chiunque con un personal computer può fare tantissime cose con estrema velocità. Non bisogna andare molto lontano per immaginarlo; pensiamo a una semplice attività che sicuramente noi tutti abbiamo svolto almeno una volta nella vita: scrivere una lettera. Che la si scriva con una penna o con una macchina da scrivere (meccanica o elettrica), costa sempre un’enorme fatica e un notevole spreco di carta (per correggere errori o cambiare esposizione). E per di più, a ogni sbaglio bisogna sempre ricominciare da capo (prendendo un nuovo foglio), con la paura e il rischio di commettere nuovamente qualche errore. Facciamolo con un computer. L’errore si corregge a video con un clic, e la lettera si “aggiusta” e si stampa una volta soltanto (a meno che non siamo noi a decidere di volerne più copie). Il tutto con un notevole risparmio di tempo e di denaro (anche la sua archiviazione e le sue copie sono rese in estrema velocità, efficacia e risparmio, con il digitale). E se la volessimo spedire? … ci basta un indirizzo di posta elettronica e un clic (e ovviamente una connessione a internet). In una frazione di secondo la recapitiamo a migliaia di chilometri di distanza da noi (senza intermediari), a un altro terminale… Questo che abbiamo appena detto per la lettera, lo diciamo anche per qualsiasi altra cosa si possa produrre con un computer: disegni, CD, pagine musicali, libri, collezioni fotografiche, etc.
Alleggerito perché quello che prima si produceva con ingombranti e costosissime macchine, ora lo si può realizzare con un piccolo e (abbastanza) economico computer portatile. Pensiamo alla vecchia incisione di una cassetta demo: nastri magnetici, macchine professionali per la registrazione, moduli per effetti, rack, mixer, etc… ci voleva una grande stanza libera dove sistemare tutta questa attrezzatura, oltre a svariate decine di milioni delle vecchie lire per acquistarla. Oggi ce la caviamo con una scrivania (che magari abbiamo già nella nostra stanza), con un laptop (completo di masterizzatore) e una buona breakout box (scheda audio). Spendiamo così, oggi, al massimo un paio di migliaia di euro… e riduciamo notevolmente sia il peso che lo spazio necessario al nostro scopo (oltre ai costi).
Specializzato perché attraverso la precisione con cui si può realizzare un lavoro con il computer, si è diventati degli specialisti (siamo diventati più preparati, anche perché la maggior parte delle volte, per poter usare bene il computer, siamo costretti a conoscere bene anche le vecchie tecniche che si utilizzavano con le vecchie attrezzature [per esempio, se vogliamo scrivere delle belle pagine al PC da pubblicare online, dobbiamo almeno conoscere le vecchie convenzioni certificate per la stesura delle pagine dattiloscritte. O anche: le tecniche compositive e le note sugli strumenti musicali sono le stesse sia che le si utilizzino reali sia che le si utilizzino virtuali al PC. Altro esempio: se sfruttiamo il computer come studio di registrazione audio, le interfacce che ci permettono di operare sui suoni sono la copia virtuale e aggiornata delle vecchie macchine analogiche]). Alcune volte, il tramite del computer diventa un’estensione, una simulazione virtuale a quello che già si faceva prima. E sono sorte parecchie figure professionali specializzate attorno al mondo del digitale, a seguito delle nuove tecnologie (un esempio per tutti? il virtual DJ), sia per la loro produzione sia per la realizzazione dei loro prodotti.
Ma cosa c’entra in tutto questo il paroliere?
Per poterlo capire bene, bisogna prima fare un passo indietro, e vedere qual è la differenza tra analogico e digitale, tra “vecchio e nuovo”…
d.devivo
Possiamo misurare il tempo con estrema precisione, ma faremmo bene a rifletterci e a scavare su questo concetto che è stato mirabilmente semplificato e formalizzato dai fisici. Sono riusciti a farlo proprio perché hanno trascurato aspetti difficili da analizzare: i rapporti fra il tempo e noi stessi, dato che siamo complicati e fatti di cervello, sistema nervoso, sensi e di tutti gli elementi fisici che si integrano a produrre il linguaggio. I nostri linguaggi devono essere considerati come la componente più significativa della nostra essenza. Chi non sa usare nessun linguaggio, è umano in un senso e in una misura discutibili, ma molto rudimentali.
E il linguaggio è strettamente connesso con il tempo. Nel 1948 lo psicologo americano K.S. Lashley sostenne che la struttura organizzativa che supporta le funzioni sintattiche nel linguaggio parlato ha una natura essenzialmente ritmica. La radice “ritm” che ritroviamo anche in “aritmetica” è originariamente greca e significa “flusso”
Nel 1968 il fisiologo E.H. Lenneberg mostrò che molti processi fisiologici che sembrerebbero indipendenti da fattori temporali, dipendono criticamente dal tempo. Ad esempio, abbiamo l’impressione che la nostra visione sia un processo istantaneo, ma quando riconosciamo configurazioni anche semplici effettuiamo un’integrazione temporale nel sistema nervoso. Quando usiamo linguaggi articolati, entrano in gioco processi periodici con una frequenza di circa 6 Hz. Per capire come noi stessi funzioniamo nel tempo, dobbiamo studiare le varie forme in cui si presentano i nostri linguaggi.
Si ripete da anni l’osservazione curiosa che nella lingua Inuit non c’è una parola per dire “neve”. E’ vero: gli eschimesi Inuit usano decine di parole per definirne le condizioni di aspetto, consistenza, durezza, età. I popoli primitivi in generale dispongono di vocabolari molto più vasti di quelli delle lingue indo-europee. Secondo alcuni questo dipende dal fatto che non sono in grado di apprezzare i cambiamenti nel mondo che li circonda. Lo considerano immutabile e pericoloso. Quindi più che analizzare le sequenze temporali, tendono a descrivere con puntigliosa precisione il mondo che appare immutabile e standardizzano in riti fissi i loro comportamenti.
Il modo di percepire il tempo è riflesso anche dalle grammatiche. In molte lingue antiche (come l’egizio di 4000 anni fa) si tendeva a esprimere la durata o la ripetizione degli eventi, piuttosto che l’ordine delle loro sequenze. Pare che nelle lingue sassoni, compreso l’anglo-sassone che si parlava prima della conquista normanna della Britannia (1066), non esistesse il tempo (grammaticale) futuro. Notoriamente, poi, è stato costruito con l’ausiliare “will” e in tedesco con l’ausiliare “werden” (che da solo significa “diventare”, non “volere”). Curiosamente anche in cinese il futuro si esprime con la stessa struttura: uo yao chi, significa “io voglio mangiare” o “io mangerò” a seconda del contesto.
Il linguaggio serve a riflettere il passato. Per quanto tempo ne restano le tracce nelle nostre menti? Ricordare eventi significa in larga misura ricordare parole. Questa è una facoltà su cui dovremmo sapere molto di più. Pare che i bambini-lupi cresciuti fra animali selvatici non riescano più a imparare a parlare, se non cominciano prima dei sei anni. Sappiamo poco, invece, sulle differenze individuali nell’apprendimento. Certe persone hanno difficoltà a imparare lingue straniere, altri riescono senza sforzo apparente (ma con lavoro intenso e mirato, come so per esperienza personale) a impararne tante. Le prestazioni eccezionali dei poliglotti più famosi dipendono certamente dall’ambiente umano in cui sono cresciuti e da esperienze ed eventi (purtroppo dimenticati quasi da tutti) che hanno prodotto una motivazione forte e un gusto insaziabile.
Sul tempo e sulla memoria è stato scritto tanto – e sono vasti i territori incogniti. Le misure sono difficili, le testimonianze dubbie, l’introspezione è spesso illusoria. Stranamente si trovano parecchie intuizioni inaspettate (e non giustificate da risultanze e osservazioni concrete) che anticipano conoscenze raggiunte solidamente decenni o secoli più tardi. Ad esempio, Diderot scrisse due secoli fa:
“Credo che tutto quel che abbiamo visto, conosciuto, percepito, udito – anche la disposizione dei rami, la forma delle foglie, la varietà dei colori, delle sfumature e delle luci negli alberi di una foresta o l’aspetto dei granelli di sabbia su una riva la forma della cresta delle onde mosse da un leggera brezza o tempestose, la moltitudine delle voci umane, dei versi di animali, la melodia e l’armonia delle canzoni e dei concerti che abbiamo sentito – senza che lo sappiamo, esistono tutti dentro di noi.”
E’ un’asserzione di cui nessuno saprebbe dimostrare la verità o la falsità. Tendo ad accettarla quando emergono nella mia mente memorie di frasi prive di importanza che udii molti decenni fa. Più concretamente testimoniò a favore il neurochirurgo canadese Wilder Penfield che riuscì a evocare flashback di memoria stimolando con leggerissime scariche elettriche certe parti della corteccia cerebrale di pazienti durante operazioni chirurgiche.
Ancora meno sappiamo di come funzioni la memoria degli animali e, a monte, di come funzioni la loro percezione del mondo. Sappiamo bene che i cani odono frequenze sonore che a noi sono precluse e che certe farfalle vedono la luce ultravioletta. Come ha osservato il fisico J.T. Fraser anche gli oggetti costruiti da animali possono essere un’estensione dei loro sensi. Una ragnatela non serve solo a catturare mosche. E’ una struttura a coordinate polari che con le sue vibrazioni informa il ragno sulle dimensioni e le coordinate dell’insetto incappato nella rete. Al ragno non servirebbe una struttura di percezione tridimensionale dello spazio: le mosche non acchiappate non esistono. Il tempo si conta con le vibrazioni che iniziano al momento dell’impatto.
(da L’orologio – 26 maggio 2008)
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