set 15

 

Chi sono?

Son forse un poeta? No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
“follia”.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore la tavolozza dell’anima mia:
“malinconia”.
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
Nella tastiera dell’anima mia:
“nostalgia”.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
Davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.

ago 23

 

 

IL CANCELLO*

 

L’oscuro viale dai mille cipressi

che porta al cancello del grande piazzale

è aperto a la gente.

Soltanto il cancello non s’apre.

Va e viene la gente pel lungo viale

che il sole soltanto non lascia passare,

si sosta al cancello che à cento colonne di ferro

la gente a guardare.

In una carretta ch’è piccolo letto

due monache nere conducono attorno

pel grande piazzale, il Signore,

padrone del grande castello.

Cent’anni à il Signore

padrone del grande castello!

Lo portano attorno due monache nere,

attorno al castello ch’è in mezzo al piazzale.

Non ode, non vede la gente

che al vano dei ferri del grande cancello

sta ferma a guardare.

Va e viene la gente pel lungo viale

che il sole soltanto non lascia passare,

si sosta al cancello che à cento colonne di ferro

la gente a guardare.

Ogn’anno a quel grande cancello

s’aggiunge una nuova colonna di ferro:

il posto d’un altro a guardare.

 

(*Palazzeschi, Aldo. Tutte le poesie. Verona, Mondadori, 2003, I cavalli bianchi)

 

aldopalazzeschi 

 

Lo senti il ritmo? percepisci la musicalità che via via si va istituendo allo scorrere le righe di questo sonante componimento Palazzeschiano?

 

L’oscuro viale dai mille cipressi/che porta al cancello del grande piazzale

ta TA ta TA ta ta TA ta ta TA ta/ta TA ta ta TA ta ta TA ta ta TA ta

 

In effetti, più che un “paroliere nascosto”, Aldo Palazzeschi — in maggior misura in questa sua prima opera, I cavalli bianchi — si potrebbe definire un “musicista nascosto” (o mascherato, negli allori del poeta). E’ un abile strumentista che viene allo scoperto ogni qualvolta sono letti delle sue poesie i versi «che io chiamerei appartenenti a quel genere musicale venuto di moda da poco presso di noi [] intendo per musicale non i versi per musica, ma i versi fatti di musica, ossia quelli che sono più uno spunto melodico, un accenno di frase musicale che un pensiero poetico espresso in buona poesia. Versi più da musicisti che da poeti.» (A. Macchia, Versi di giovani, in “La tavola rotonda”. Luglio 1906.)

 

(« … Versi più da musicisti che da poeti … » sì, ma senza sottovalutarne l’identità poetica, sempre più evidente nei lavori successivi di Palazzeschi. Difatti, la seduzione musicale dei suoi versi è in declino — ma non in scomparsa — nelle opere seguenti [parlerei più di un affievolimento della regolarità ritmica, piuttosto che della musicalità in sé — comunque sempre presente — dei suoi versi], in contrapposizione all’invigorimento dell’essenza poetica di queste stesse opere [ma qui ora non voglio parlare dell’aspetto poetico dei suoi testi — lascio il compito alla bellissima introduzione di Adele Dei al volume della Mondadori, di cui ne è anche curatore — bensì del loro potere sonoro-musicale]).

 

I testi de I cavalli bianchi (come alcuni delle opere seguenti) sono delle vere e proprie partiture a schema regolare, in cui le singole parole sono quelle figure identiche che, dapprima in battute e poi in frasi musicali, vanno a costituire e a “suonare” l’idea poetica voluta dall’autore, rafforzata poi in più di un ritornello.

Il loro esecutore principale è il lettore o l’attore recitante. Il poeta ne è il compositore.

 

Si potrebbero scrivere decine e decine di pagine sulla musicalità dei versi di Palazzeschi, ma preferisco dare al lettore una loro idea lasciandoglieli echeggiare naturalmente dentro la testa…

 

IL PAPPAGALLO**

 

La bestia à le piume di mille colori

che al sole rilucion cangiando.

Su quella finestra egli sta da cent’anni

guardando passare la gente.

Non parla e non canta.

La gente passando si ferma a guardarlo,

si ferma a chiamarlo,

si ferma fischiando e cantando:

ei guarda tacendo.

Lo chiama la gente,

ei guarda tacendo.

 

(**Ibidem)

 

 

d. devivo

 

 

mag 20

 

 

“… parole, parole, parole / parole, soltanto parole, parole tra noi …”

 

Sono soltanto parole…

solo parole.

Parole con cui l’essere umano ha migliorato, gestito e affermato la propria esistenza, impiegandole per comunicare con i propri simili e con questi allearsi, per la garanzia della sopravvivenza e quindi della vita stessa. E per conquistare il suo e altri mondi. E per scoprire l’ignoto. Per creare arte.

Parole.

Solo parole.

Esseri viventi che tramite se stessi si sforzano di modulare suoni, per comunicare, per parlare. Esseri parlanti che producono parole. Parolieri.

Parolieri nascosti. Chiunque è paroliere. Ci si distingue solo dalla scelta e dal modo di accostare le parole. Scrittori, filosofi, scienziati… ognuno ha i suoi metodi. Musicisti, artisti, poeti: ciascuno con i propri suoni, il proprio ritmo.

E c’è chi questo ritmo lo rende incalzante, a tal punto da camuffarlo nelle vesti di una vera musica. Una musica ritmata travestita da parole, ma priva dei suoni di altri strumenti di accompagnamento. Una “solista”. E si esibisce in virtuosismi cadenzati:

 

 

BLUSBUGHIVUGHI di Luigina Bigon

 

  

Chicago   in   blues    Chicagooo!

ritmo che ritorna

voce   suonatori   suono.

Passo dal soft sincopato

al piede che batte,

riempio la misura

il regolo

il tempo

Accanto a me lui  -  luiii i i (ginaa!)

la vena

il vino

(bevo caffècofi)

e tu che ti misuri

al ritmo di un interno

americano

tavolini    libri    musica

boy    bicchieri    book

familystore

un basso    due chitarre elettriche

due cantanti

e  la spinetta.

Rigiro il bicchiere

sorseggio

respiro

mi lascio vivere

   bughivughi

ritratti alle pareti

foto in bianco e nero

batto il tempo

teenagers sul sofà.

Oltre le vetrine

insegne rossealneon,

l’avenue che svetta nella notte.

 

 

Una musica che suona in versi, come fa notare Luigina stessa:

 

« … questa è la poesia, pura sequenza d’alfabeti, metafore, allegorie, suoni, divertissements, finezza artistica, sublimazione, bellezza estrema, spiro cristallino, Dio! arriva come un lampo e fluisce generosa come il sangue senza arrestare la sua corsa. A volte afferrarla è quasi impossibile … »

 

Afferrarla è quasi impossibile, ma cantarla è più che probabile.

 

 

d. devivo

 

 

www.luigina.bigon.literary.it