dic 10

 

 

Qual è il significato delle parole cane, penna, albero e sole? Spiègatelo. A cosa hai fatto ricorso? alle parole. In pratica, hai usato delle parole per spiegare il significato di altre parole.

 

Spiegati ora il significato delle parole che hai utilizzato per dare una spiegazione del significato delle parole cane, penna, albero e sole (per esempio, spiegati il significato della parola significato, per poi, una volta chiarito, darti la spiegazione del significato della parola cane). Cosa stai usando? altre parole.

 

E se dovessi continuare in questo gioco del dare ogni volta una spiegazione delle parole che hai usato per definire altre parole? non finiresti mai (fai una prova con il dizionario: trova il significato di una parola, per esempio suono. Poi trova il significato di ciascuna parola che è servita per dare un significato alla parola suono. E vai avanti così, fino a dove riesci ad arrivare). Inverosimilmente, non troveresti un’origine (ti perderesti tra i ceppi etimologici conosciuti di una qualche lingua indoeuropea).

 

E tutto questo per dire? che per ogni cosa che i nostri occhi riescono a vedere (e qualcosa anche a non vedere), l’essere umano ha attribuito un nome. O un’etichetta, per dirla meglio. Per la precisione, un’etichetta variabile, dipendente dal tempo (cronologico) e dalla posizione geografica del parlante.

 

E le parole, cioè le etichette, sono suoni. Quindi, quando dobbiamo parlare a qualcuno della realtà a noi conosciuta (e sconosciuta), utilizziamo delle etichette sonore variabili. Utilizziamo, cioè, degli atomi vibranti (l’aria) per trasmettere (al nostro interlocutore) il significato del concetto che in quel momento abbiamo in testa. Un concetto che si riferisce a qualla parte di realtà che è anch’essa costituita da atomi vibranti.

 

Usiamo atomi vibranti per dare l’idea, l’immagine, di altri atomi vibranti.

 

Ma dalla loro reciproca e simultanea vibrazione, s’innescherà in qualche punto una risonanza?

 

 

 

ott 13

 

 

Io amo molto la d eufonica, ovvero la d aggiunta ad una congiunzione o preposizione che incontri una vocale nella parola seguente. Trovo sappia dare armonia a frasi di dubbia sonorità e, se ben utilizzata, risolvere molte cacofonie. Se ben utilizzata, però.

Ci sono distinte teorie sul suo uso, una che propende per la semplificazione e una che tende a preservare la funzione primigenia.

La prima postula che si debba introdurre la d solo nel caso in cui siano in contatto due identiche vocali: e con e, a con a, et similia. Ne consegue che secondo questa teoria sia migliore “e anche” rispetto alla forma più conosciuta “ed anche”.

La seconda teoria si basa proprio sul motivo per cui la d eufonica nasce: evitare di pronunciare frasi cacofoniche. Per cui ogni volta che leggendo ci troviamo davanti ad una sonorità dubbia (a una o ad una?) il criterio per l’inserimento della d è la sua utilità nel rendere la frase più gradevole.

Nonostante l’Accademia della crusca consigli il primo modo, da sempre io propendo per il secondo: la d eufonica non dovrebbe avere regole restrittive ma essere applicata ogni qualvolta si renda necessaria, onde permettere alle proposizioni di scorrere in modo piacevole.

Ovviamente l’orrore fonetico può essere causato anche da un eccesso di D eufonica, che non andrebbe mai usata in caso di ripetizioni di sillabe: “ed educazione”, “od odio”, “ad adempiere” sono sequenze insopportabili.

Resta come unico criterio di discernimento quindi, come spesso accade, il buonsenso, o se preferite il buongusto. E l’utile trucco di leggere ad alta voce il passaggio incriminato, per capire come possa suonare meglio.

 

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