mag 10

 

 

Ci sono, inoltre, due filoni che si sviluppano contemporaneamente a questo genere e che non sono proprio dei musical. Uno è quello dei film che drammatizzano e narrano la vita di musicisti (per esempio Purple Rain diretto da Albert Magnoli – 1984). L’altro è quello in cui la musica pop è lo sfondo socio-culturale della trama (per esempio Flash Dance diretto da Adrian Lyne – 1983).

Vicino al musical è la rockopera, una trasposizione cinematografica di dischi composti da canzoni collegate in una struttura narrativa consequenziale.

The Wall dei Pink Floyd (regia di Alan Parker – 1982) ne è un eccellente esempio. Diversamente dagli altri film che dal momento del loro concepimento sono passati prima alla carta e poi in pellicola, The Wall è nato principalmente per diventare un doppio album di musica pop, e solo pochi anni dopo è stato realizzato anche il suo film. Quindi The Wall è un film tratto dalla musica e non delle musiche composte per un film. Voglio precisare questo per capirne meglio il linguaggio. Partiamo dal messaggio che trasmette.

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Già solo come opera musicale, l’album racchiude 26 canzoni concatenate che raccontano la vita del loro autore: dall’infanzia (la scuola, la perdita del padre nello sbarco di Anzio durante la seconda guerra mondiale, la madre possessiva, la sua sensibilità) al momento dello scioglimento del matrimonio (il tradimento, la solitudine, la sua musica e la soffocante industria discografica, la follia), alternata da eventi sociali di quel tempo. Il motore principale di tutto il racconto è la guerra e la sofferenza dell’autore per la perdita del padre e per tutto ciò che di negativo questo dolore gli ha causato in seguito. Tutto quanto è musicato attraverso le 26 canzoni. Il film ne è la trasposizione cinematografica.

Guardando un film concepito per essere “un film” (nel senso comune che intendiamo), vediamo emergere un climax e il suo scioglimento, alla fine. Tutto secondo i suoi canonici tre atti (o con qualche variante). Questo però non accade visionando The Wall. O perlomeno non accade normalmente come accadrebbe assistendo alla visione di un film non classificabile come rockopera. Infatti, nonostante le 26 canzoni siano concatenate e trasmettano nell’insieme un messaggio (andando a costituire nel complesso un’unità narrativa completa), ciascuna di queste canzoni si può ritenere già di per sé un micro-racconto completo. Tanti micro-racconti che sommati diventano un racconto unico privo di un climax, a livello narrativo. Ma non a livello musicale.

Infatti, ogni canzone trasmette musicalmente, in più punti, momenti di tensione seguiti da momenti di rilassamento, e viceversa. Tanti piccoli “climax” distribuiti in 3, 5 o più minuti che seguono analogicamente le parole del testo, per ogni canzone. I climax, in questo caso, sono rappresentati da bruschi passaggi dei suoni in volumi alti e bassi, per esempio. Come riprodurli nelle immagini?

Unendo le sequenze filmiche con un montaggio intellettuale. Se devo rappresentare un movimento del braccio dell’attore come una forza distruttrice degli effetti della guerra, ecco che lo associo all’immagine dell’esplosione di una bomba (esempio di climax). E in questo modo è trattata ogni sequenza narrativa in ogni canzone e in tutto il film. Ovviamente, il regista ha fatto uso anche del montaggio parallelo, analogico e analitico, per unire le scene più vicine alla classica narrazione cinematografica (per esempio l’apertura della porta della stanza dell’albergo associata per analogia allo sfondamento dei cancelli, all’inizio del film).

Nel film c’è anche la presenza di elementi della struttura dei videoclip (montaggio non narrativo di sequenze legate alle parole, alla musica, alla figura dell’interprete), che si possono trovare e circoscrivere all’interno di ogni micro-racconto piuttosto che vederli disseminati come collante tra le varie canzoni, nel racconto filmico totale (non per niente il videoclip è definito come «un breve testo audiovisivo in cui si mette in scena per immagini una canzone» [Gianni Sibilla]. In questo caso il breve testo audiovisivo coincide con il micro-racconto musicale).

Per approfondire l’analisi, posso dire che nel film ci sono richiami al fantasy e alla fantascienza -esplicitati anche tramite l’inserimento di alcune sequenze realizzate con il disegno animato – e al film muto.

Concludo affermando che The Wall è un’opera estremamente complessa e completa, in cui musica, parole, immagini reali e fantastiche, disegni animati concorrono a formare un’unità narrativa estremamente potente e ricca d’informazioni, a tal punto da tracciare con estrema precisione e sensibilità il dramma più analizzato e raccontato dai registi di ogni tempo: il dramma individuale della vita umana.

I Rockumentaries. Sono documentari rock, cioè film che documentano festival musicali, tour, concerti, eventi rock, etc. (per esempio Woodstock – 1970) e che rientrano in pieno nella categoria dei film.

Le colonne sonore. Anche qui s’individuano due filoni. (1) Quello delle colonne sonore propriamente dette (score) che accompagnano lo svolgersi dell’azione, e (2) quello dell’uso delle canzoni pop come sfondo musicale. In quest’ultimo caso possiamo avere: (a) canzoni originali (sono tratte dal tema del film e possono concorrere all’assegnazione dell’Oscar); (b) riproposizione di canzoni popolari esistenti. In entrambi i casi, questi due filoni completano con la musica l’azione narrativa.

American Graffiti (di George Lucas, 1973) è un ottimo esempio di come la riproposizione delle canzoni popolari serva per contribuire alla costruzione e alla comprensione della storia di un’epoca.

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Prodotto negli anni ’70 ma ambientato negli anni ’50, il film vuole offrire allo spettatore giovane uno sguardo nostalgico al passato. I college e i loro balli, le ragazze, i fast food, le gare automobilistiche. Le prime bravate. Sembra di stare di fronte a un album fotografico mentre qualcuno più grande di te lo sfoglia raccontandoti le vicende che ogni immagine custodisce. E con in più il suono delle canzoni classiche dell’epoca (come se ci fosse un tappeto musicale che fuoriesce stridente da un giradischi posto alle tue spalle). E ti viene da chiedere cos’è che riesce a trasportarti di più indietro nel tempo… le immagini o le note musicali? Ancora una volta, ecco un altro regista che ha saputo mostrare al pubblico l’importanza della musica come elemento essenziale nella realizzazione di un racconto filmico. Ed è la completa simbiosi.

 

d. devivo

  

 

mag 9

 

 

E’ il 1938. Il Ministero della giustizia americano avvia una causa (il “caso Paraumont”) che termina dieci anni dopo provocando un profondo mutamento nella struttura cinematografica dell’America. Quello che fino a pochi anni prima è stato un perfetto sistema a concentrazione verticale che detiene il pieno controllo sulla produzione, distribuzione e proiezione di film, ora si ritrova a dover dividere con produzioni indipendenti ed europee parte del suo lavoro e dei suoi incassi. È il declino dello studio system, il suo disfacimento (in parte anche dovuto ai cambiamenti di mentalità e di abitudini avvenuti tra gli americani al termine della seconda guerra mondiale).

 

Sin dalla sua esistenza, uno dei punti forti dello studio system è stato la specializzazione per generi. Questo ha permesso di (a) ottenere la massimizzazione dei mezzi e dei profitti; (b) avere il migliore sfruttamento della gestione economica dei film. Uno tra i vari generi di successo degli studios era il musical. Vediamo come e perché è andato via via trasformandosi.

 

«Il declino di Hollywood degli anni ’50 portò alla necessità di indirizzarsi più sistematicamente verso particolari settori dell’audience. Hollywood si allea con l’industria discografica per raggiungere i giovani, con musical rivolti ai teenager» (Shuker 2001: 127).

Perché proprio i giovani? L’America, uscita da un conflitto ed entrata in un altro (la guerra in Corea), non è più vista come quel meraviglioso mondo in cui tutto è buono, bello e grande e in cui all’improvviso ci si può mettere a cantare e a ballare per esternare gioie personali e collettive (rappresentazione del classico musical). Gli americani, e soprattutto i giovani, hanno bisogno di vedere e sentire la verità. Vogliono sapere perché migliaia di loro coetanei sono mandati a morire in una guerra ritenuta sotto tutti gli aspetti “ingiusta”. E, soprattutto, hanno bisogno di manifestare il proprio disprezzo, la propria ribellione al sistema americano svelatosi deludente. Allora, quale miglior arma offrir loro se non una compartecipazione emotiva alle “dure” parole e ai “duri” suoni di una musica che si presenta sotto tutti gli aspetti scatenata, aggressiva e provocatoria? Ecco allora comparire il rock ‘n’ roll ed Elvis Presley (quel cantante che recita sia nei film che nei programmi televisivi [l’avvento della televisione è stato un altro fattore determinante ai cambiamenti del settore cinematografico]), che dànno inizio al rapido deteriorarsi del musical classico e al sorgere di un nuovo modo di mettere in scena della musica.

 

 

 

A partire dagli anni ’50, la fusione di Hollywood con il settore discografico ha dato vita a tre nuovi generi di film musicali:*

 

§  musical rock/pop

§  rockumentary

§  colonne sonore

 

Il musical rock/pop. Ha gli stessi stili narrativi del musical classico, da cui deriva: la trama giustifica l’esecuzione delle canzoni e il musicista recita se stesso o un personaggio.

Faccio rientrare in questo genere, inserendolo però come sottogenere, il film The Blues Brothers (1980), di Jhon Landis. Difatti questo è un «grandioso e validissimo spettacolo comico musicale, indubbiamente riuscito nelle musiche (con la presenza di molti divi), nella grandiosità delle scene d’azione, nell’efficacia degli aspetti umoristici.» (Segnalazioni cinematografiche).

È definito «spettacolo comico musicale» in quanto effettivamente non si prende proprio sul serio fino in fondo, e mostra al pubblico dei piccoli sketch – in parte anche comici – in sostituzione delle classiche performance musicali, rivelando così il lato revisionista e parodico del musical classico.

Certo è che il film è musicale, ma ibrido nella sua natura stilistica (musicale, commedia demenziale, thriller). La struttura è quella del musical: la trama («Per procurare 5.000 dollari necessari per pagare le tasse arretrate dall’orfanotrofio in cui sono cresciuti, e scongiurarne così la chiusura, due fratelli decidono di riunire tutti i vecchi componenti della loro band musicale. Ma non è semplice avere successo e gli artisti ne combinano di tutti i colori.» [Yahoo]) giustifica l’esecuzione delle musiche (e qui lo sfondo musicale inneggia a un genere, il blues, che si dichiara più che adatto al ruolo per cui è stato ingaggiato nel film stesso, consideratane anche la natura ribelle-trasgressiva dell’espressione musicale. Quasi come nel film The Commitments di Alan Parker – 1991, con la differenza che lì s’inneggia in tono serio e professionale al soul). Difatti il regista ci rende spettatori di balli e di numeri musicali, e le guest star diventano dei personaggi del film e presentano una loro canzone all’interno della storia. E in più, i protagonisti recitano se stessi ed eseguono le canzoni. È una citazione dei vecchi musical sia come struttura sia come spettacolo dal vivo. È una citazione nostalgica divenuta oggetto di culto di una e più generazioni.

«Perfettamente in sintonia con lo spirito ribellistico e irriverente dei tempi, il film di Landis si è trasformato quasi immediatamente (anche per la presenza sulfurea di Belushi) in un fenomeno di costume, un canone di eleganza (occhiali Rayban modello Wayfarer, cravatte lunghe e strette, cappello e vestito rigorosamente neri), un inno alla musica blues e una pietra miliare della comicità demenziale. Una lista infinita di partecipazioni straordinarie. Assolutamente geniale.» (Paolo Mereghetti)

 

 d. devivo


 

*Sibilla, Gianni. I linguaggi della musica pop, 2003, Bompiani.