“Di ventotto ce n’è uno”

 

 

ad altri,

me compreso.

 

 

E’ così — levandosi forse beffardo — che Lino Angiuli intende “suonare” al pubblico una sua recente raccolta di parole e musica:

 

 

ventotto 

 

 

L’epigrafe è un inizio sicuro, duro, che anticipa audacemente il carattere mordace di ciascun componimento sonoro (parole e musica, appunto) che, chiuso dapprima in gelosa custodia, silente vibra tra le pagine del volume, in attesa di essere poi sprigionato dalla propria lettura e da questa — come per magia — essere reso canto (e musica, dai brani su spartito inclusi nel libro).

 

Alla lettura di questa dedica, si ha la sensazione di ondeggiare tra le sonorità delle prime quattro battute di apertura della Sinfonia n. 1 di Ludwig van Beethoven, per poi, proseguendo tra i versi delle poesie, sentirsi scagliare con forza tra i ritmi ossessivi e le tensioni dai timbri stridenti della Sagra di primavera di Igor Stravinsky, che il farsi essere di queste poesie, nel loro insieme compositivo e sonoro, alle nostre orecchie riesce a ri-costruire

 

… /Non potrò mai diventare Dio/né per concorso né grazie/alle parole del Discorso/né sfruttando al massimo il rimorso/non c’è evidentemente/un toccasana digeribile/nemmeno nel formato/più tascabile/…

 

e così cambiando movimento

 

Lo so. Ci si deve addentrare/tra gli odori intrikati di terrapromessa/per la skoperta del filo spinato/intorno all’utero del kosmo. Ti skrivo dal tuo stesso/ufficio: reame di kartefalse timbri e skolorina/di aggettivi kon potere di vita e di morte/ mentre del tutto altrove nonkè a kaso/la luna preferisce sporgersi a un parapetto di kolline/ …

 

e come pure all’idea poetico-musicale ci si mostrano accordarsi perfettamente, nelle vesti di bitonalità, i versi cadenzati nel dialetto tuttora parlato in Valenzano (in provincia di Bari) di cui l’autore, del suo bilinguismo, della sua abilità multisonora, nella sua opera ci offre ampie dimostrazioni

 

Che nu scketure sckitte o na schetazze/sckatte la sckaccherosse/iesse ‘nginde la perchiazze/sckande la semende spande jinde alla vende/du terrene la recuascene sta prene/ …

 

e il tutto per portarsi a plasmare, infine, in movimenti più pacati e in suoni resi più trasparenti (riguardo i messaggi che trasportano), più regolari nel ritmo

 

Bisognerebbe abolirla la fame

Scegliere il pane al posto

dell’oro                    gridava

 

tenendo d’occhio il suo bestiame

indeciso se tagliar la testa

al toro

 

E’ a questo punto che si viene a formare l’immagine nitida di un Angiuli fabbro del suono, capace di fabbricare e modulare ogni sua idea poetica come note musicali facenti parte di una scala che fissa, con i suoi suoni disposti in diverse altezze, le varie consonanze e dissonanze del cammino di un poeta

 

Appena ebbe imparato a dire input

sentì il glande farsi tanto grande

più o meno come quello di un mammuth

e con un dito solo

toccò l’azimuth

 

scordandosi di essere soltanto

e soltanto

un cittadino onorario o peggio

un esule di Lilliput

 

d. devivo

 

 

www.schenaeditore.it

 

 

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