ago 23

 

 

IL CANCELLO*

 

L’oscuro viale dai mille cipressi

che porta al cancello del grande piazzale

è aperto a la gente.

Soltanto il cancello non s’apre.

Va e viene la gente pel lungo viale

che il sole soltanto non lascia passare,

si sosta al cancello che à cento colonne di ferro

la gente a guardare.

In una carretta ch’è piccolo letto

due monache nere conducono attorno

pel grande piazzale, il Signore,

padrone del grande castello.

Cent’anni à il Signore

padrone del grande castello!

Lo portano attorno due monache nere,

attorno al castello ch’è in mezzo al piazzale.

Non ode, non vede la gente

che al vano dei ferri del grande cancello

sta ferma a guardare.

Va e viene la gente pel lungo viale

che il sole soltanto non lascia passare,

si sosta al cancello che à cento colonne di ferro

la gente a guardare.

Ogn’anno a quel grande cancello

s’aggiunge una nuova colonna di ferro:

il posto d’un altro a guardare.

 

(*Palazzeschi, Aldo. Tutte le poesie. Verona, Mondadori, 2003, I cavalli bianchi)

 

aldopalazzeschi 

 

Lo senti il ritmo? percepisci la musicalità che via via si va istituendo allo scorrere le righe di questo sonante componimento Palazzeschiano?

 

L’oscuro viale dai mille cipressi/che porta al cancello del grande piazzale

ta TA ta TA ta ta TA ta ta TA ta/ta TA ta ta TA ta ta TA ta ta TA ta

 

In effetti, più che un “paroliere nascosto”, Aldo Palazzeschi — in maggior misura in questa sua prima opera, I cavalli bianchi — si potrebbe definire un “musicista nascosto” (o mascherato, negli allori del poeta). E’ un abile strumentista che viene allo scoperto ogni qualvolta sono letti delle sue poesie i versi «che io chiamerei appartenenti a quel genere musicale venuto di moda da poco presso di noi [] intendo per musicale non i versi per musica, ma i versi fatti di musica, ossia quelli che sono più uno spunto melodico, un accenno di frase musicale che un pensiero poetico espresso in buona poesia. Versi più da musicisti che da poeti.» (A. Macchia, Versi di giovani, in “La tavola rotonda”. Luglio 1906.)

 

(« … Versi più da musicisti che da poeti … » sì, ma senza sottovalutarne l’identità poetica, sempre più evidente nei lavori successivi di Palazzeschi. Difatti, la seduzione musicale dei suoi versi è in declino — ma non in scomparsa — nelle opere seguenti [parlerei più di un affievolimento della regolarità ritmica, piuttosto che della musicalità in sé — comunque sempre presente — dei suoi versi], in contrapposizione all’invigorimento dell’essenza poetica di queste stesse opere [ma qui ora non voglio parlare dell’aspetto poetico dei suoi testi — lascio il compito alla bellissima introduzione di Adele Dei al volume della Mondadori, di cui ne è anche curatore — bensì del loro potere sonoro-musicale]).

 

I testi de I cavalli bianchi (come alcuni delle opere seguenti) sono delle vere e proprie partiture a schema regolare, in cui le singole parole sono quelle figure identiche che, dapprima in battute e poi in frasi musicali, vanno a costituire e a “suonare” l’idea poetica voluta dall’autore, rafforzata poi in più di un ritornello.

Il loro esecutore principale è il lettore o l’attore recitante. Il poeta ne è il compositore.

 

Si potrebbero scrivere decine e decine di pagine sulla musicalità dei versi di Palazzeschi, ma preferisco dare al lettore una loro idea lasciandoglieli echeggiare naturalmente dentro la testa…

 

IL PAPPAGALLO**

 

La bestia à le piume di mille colori

che al sole rilucion cangiando.

Su quella finestra egli sta da cent’anni

guardando passare la gente.

Non parla e non canta.

La gente passando si ferma a guardarlo,

si ferma a chiamarlo,

si ferma fischiando e cantando:

ei guarda tacendo.

Lo chiama la gente,

ei guarda tacendo.

 

(**Ibidem)

 

 

d. devivo

 

 

ago 20

 

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d. de vivo

 

 

ago 9

 

Tu, insegnante. Pensa a una ragnatela molto grande, infinita. Immagina di essere sopra uno dei suoi fili e di iniziare a camminare. A un certo punto incontri un altro filo che attraversa quello su cui cammini. Poi ancora un altro, e un altro ancora. E così via, fino a un numero illimitato di fili, tra di loro intrecciati.

Ebbene, questi fili sono le possibili strade di quella rete d’insegnamento che puoi imboccare o suggerire di percorrere. E ogni volta che cambi percorso, cammini su di una nuova strada con il carico dell’esperienza e del sapere del percorso precedente, arricchendo man mano questa strada con il carico culturale dell’ultima traversata.

E’ proprio sull’idea di queste intersezioni del sapere che Cristina Baldo e Silvana Chiesa hanno pensato di tessere le trame del loro Intrecci sonori:

 

 intreccisonori2

 

“ … quattro percorsi di ascolto in cui il nucleo è il rapporto tra musica e parola, osservato da una prospettiva interdisciplinare rafforzata dai molteplici agganci alle arti figurative, all’estetica, alla storia sociale e secondo angolature scelte allo scopo di esemplificare altrettante possibilità di un percorso d’insegnamento concepito a partire dall’esperienza diretta del testo (verbale/musicale)

nell’ordine:

 

1.    un topos letterario-musicale (la seduzione canora), analizzato a partire da due celeberrimi brani operistici di Monteverdi e Bizet;

2.    una singola opera (Dido and Aeneas di Purcell) letta alla luce della sensibilità, della cultura e della realtà storica inglese del suo tempo;

3.    una tematica (l’amore) in alcune sue differenti trasposizioni poetico-musicali tra popular (Gino Paoli) e teatro musicale (Mozart, Rossini, Wagner);

4.    un’epoca (il primo Ottocento) vista al filtro del motivo — universale e allo stesso tempo particolarmente tipico di quegli anni — del viaggio e della figura del viaggiatore

 

Tutti e quattro i percorsi possiedono elementi che ne permettono l’interconnessione con altri.

 

E’ un nuovo modo di elaborare la didattica: “abolita l’impostazione storicistica lineare e consequenziale”, il libro — attraverso l’analisi della musica in rapporto al proprio testo verbale — propone un “concetto di cultura intesa come intreccio, trama di rapporti.

E’ una rete non chiusa su se stessa, ma aperta a cogliere i frutti di altri settori culturali che, interagendo con l’argomento principe avanzato dalle autrici, via via vanno a costituire quella che risulta essere la trama del nuovo modo di fare cultura nell’era del digitale e di Internet (rete, per l’appunto).

Quindi, prospettiva interdisciplinare, schede a rimando e questionari di verifica (in fondo a ogni capitolo) rendono Intrecci sonori non solo un ottimo laboratorio di ascolto fra musica e parola, ma anche un’indispensabile guida per il docente di liceo nel costruire un percorso didattico (per l’insegnamento della musica) che non vada a implodere alla minima volontà di apertura culturale mostrata dallo studente.

d. devivo

 

www.edt.it

 

 

ago 1

 

 

 

E uno si domanda: “Ma è un mestiere?”

No. E’ un sacco di altre cose: un’ispirazione, una voglia, una necessità spirituale, un prurito, un senso di superiorità, un divertimento, una lotta contro il senso di impotenza di fronte alla natura, alla bellezza, alla perfezione irraggiungibile, una guerra contro il vuoto, contro l’ignoranza, una scala per il cielo, un gioco, una botola per lo sprofondo, un’attrazione irresistibile, un incanto, un sogno, una follìa, una favola, un pugno nello stomaco, una spinta per cui tu professore, bestia, intelligente, analfabeta, sensitivo, insensibile, presuntuoso, modesto, ridicolo, onesto, entusiasta, vitale, eccitato sessualmente, depresso moralmente, fortunato, sfigato, ricco, sicuro, fresco, spappolato nel cervello ti butti sul foglio bianco di un computer e lo riempi di te, ti infili in una soffitta o voli all’aperto carico di pennelli, tele, macchine fotografiche e spari tutte le tue ossessioni-ispirazioni o ti precipiti su una chitarra, su un pianoforte, su una stupenda tastiera e come se fosse l’ultima possibilità che ha il mondo di conoscere la verità canti tutto te stesso con tutti i tuoi colori, le lacrime, le sofferenze, le speranze… tutto!

 

Vabbè… e il mestiere?

E il mestiere, come ho già detto… no. Cioè, non ancora.

 

Tutto quel che sentiamo bollire dentro di noi, può essere semplicemente emozione.

Se poi per caso indipendentemente dalla nostra cultura e dai nostri studi (che sono importantissimi per lo stile che nascerà) dicevo, se il destino ci ha regalato anche la sensibilità dell’artista e la fortuna di saperla esprimere, allora è Arte, non mestiere.

A farla diventare mestiere dobbiamo pensarci noi, con tenacia, con pazienza e con un autocontrollo tale che ci permetta di continuare a mantenere nobile il nostro prodotto e nobile quella che è diventata o sta diventando o diventerà professione. Solo a quel punto possiamo sperare di mantenerci; e mantenere anche una famiglia.

 

Infatti io penso che tutti gli esseri umani provino magari senza riconoscerle le emozioni che portano alla nascita dell’opera d’arte. Si trovano però solo al primo gradino senza fatica e senza impegno. Riuscire a salire il secondo gradino dipende da quella che Mogol vede in una indicazione del “cielo” che illumina solo alcuni esseri. La mia convinzione è che esista un terzo gradino sul quale possono salire solo coloro che hanno avuto anche la fortuna di saper comunicare la propria arte.

 

Ogni opera è una creazione e mentre certamente esistono differenze di valori tra opere colte ed opere popolari, non esistono però differenze di impatto sulla cultura e nella storia della società; ogni opera lascia un segno, piccolo o grande. L’importante è che ogni autore conosca il valore e i limiti di quel che sta creando. E con ciò dimostrerà rispetto di se stesso e della propria opera.

 

Tutto ciò che qui dico, non è una “lezione”; è solo un pensiero. E riassume il modo in cui mi sono comportato io, trovandomene soddisfatto. Spero che a qualcuno sarà utile leggermi.

 

Arriva un momento in cui comincia a delinearsi il mestiere: dobbiamo analizzare e riconoscere tra le nostre emozioni quelle che esprimendole possano farci mostrare meglio la nostra personalità, non necessariamente quelle di moda. Dobbiamo saper amare anche lavori non nostri, ammirare altri autori e imparare dai migliori: senza imitarli! A questo proposito io ho usato ai tempi in cui la mia professione era ancora in salita un trucco  semplicissimo: ogni tanto, mentre scrivevo un testo su una musica, mi domandavo per esempio: “Chissà se Nisa (grandissimo autore di testi come “Tu vuo’ fa’ l’americano”, “Guaglione”, “Accarezzame” e mille altri in napoletano ed in italiano) chissà se Nisa sarebbe soddisfatto di avere scritto queste parole?” Se la mia risposta era onestamente “Sì”, andavo avanti, lo battevo a macchina come si usava prima della comparsa del personal computer e lo consegnavo, se no cominciavo a limare, cambiare, cercar di capire perché no e qualche volta stracciavo tutto per ricominciare da capo.

 

Perdonatemi ma siccome canzoni faccio, di canzoni parlo.

 

Un’altra cosa che mi ha aiutato a sviluppare il mestiere è che pur essendo convinto che un lavoro fosse buono non ho mai giudicato finito e perfetto un mio testo e così quando l’autore di una musica mi chiede di cambiare qualcosa se il cambiamento non stravolge la mia idea normalmente accetto di ritoccare. E’ una sfida divertente quella di usare una lingua tanto bella e difficile come l’italiano e riuscire a cambiare mille volte espressione senza sbagliare significato, grammatica e metrica! Sotto sotto ho la convinzione che qualunque opera possa essere ritoccata, anche la Divina Commedia a patto che a ritoccarla sia Dante Alighieri.

 

Devo anche dire che non scrivo mai una cosa perché sono convinto di farci soldi ma perché quell’idea mi coinvolge, quella musica mi piace, quel giovane merita che gli si dia un’occasione. Pensare ai soldi mentre si crea, ho l’impressione che meni gramo.

In più, ricordiamoci che dopo aver rispettato te stesso e gli altri autori, puoi pretendere che a loro volta gli altri ti rispettino.

 

 

www.albertotesta.net