IL CANCELLO*
L’oscuro viale dai mille cipressi
che porta al cancello del grande piazzale
è aperto a la gente.
Soltanto il cancello non s’apre.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
In una carretta ch’è piccolo letto
due monache nere conducono attorno
pel grande piazzale, il Signore,
padrone del grande castello.
Cent’anni à il Signore
padrone del grande castello!
Lo portano attorno due monache nere,
attorno al castello ch’è in mezzo al piazzale.
Non ode, non vede la gente
che al vano dei ferri del grande cancello
sta ferma a guardare.
Va e viene la gente pel lungo viale
che il sole soltanto non lascia passare,
si sosta al cancello che à cento colonne di ferro
la gente a guardare.
Ogn’anno a quel grande cancello
s’aggiunge una nuova colonna di ferro:
il posto d’un altro a guardare.
(*Palazzeschi, Aldo. Tutte le poesie. Verona, Mondadori, 2003, I cavalli bianchi)
Lo senti il ritmo? percepisci la musicalità che via via si va istituendo allo scorrere le righe di questo sonante componimento Palazzeschiano?
L’oscuro viale dai mille cipressi/che porta al cancello del grande piazzale
ta TA ta TA ta ta TA ta ta TA ta/ta TA ta ta TA ta ta TA ta ta TA ta
In effetti, più che un “paroliere nascosto”, Aldo Palazzeschi — in maggior misura in questa sua prima opera, I cavalli bianchi — si potrebbe definire un “musicista nascosto” (o mascherato, negli allori del poeta). E’ un abile strumentista che viene allo scoperto ogni qualvolta sono letti delle sue poesie i versi «che io chiamerei appartenenti a quel genere musicale venuto di moda da poco presso di noi […] intendo per musicale non i versi per musica, ma i versi fatti di musica, ossia quelli che sono più uno spunto melodico, un accenno di frase musicale che un pensiero poetico espresso in buona poesia. Versi più da musicisti che da poeti.» (A. Macchia, Versi di giovani, in “La tavola rotonda”. Luglio 1906.)
(« … Versi più da musicisti che da poeti … » sì, ma senza sottovalutarne l’identità poetica, sempre più evidente nei lavori successivi di Palazzeschi. Difatti, la seduzione musicale dei suoi versi è in declino — ma non in scomparsa — nelle opere seguenti [parlerei più di un affievolimento della regolarità ritmica, piuttosto che della musicalità in sé — comunque sempre presente — dei suoi versi], in contrapposizione all’invigorimento dell’essenza poetica di queste stesse opere [ma qui ora non voglio parlare dell’aspetto poetico dei suoi testi — lascio il compito alla bellissima introduzione di Adele Dei al volume della Mondadori, di cui ne è anche curatore — bensì del loro potere sonoro-musicale]).
I testi de I cavalli bianchi (come alcuni delle opere seguenti) sono delle vere e proprie partiture a schema regolare, in cui le singole parole sono quelle figure identiche che, dapprima in battute e poi in frasi musicali, vanno a costituire e a “suonare” l’idea poetica voluta dall’autore, rafforzata poi in più di un ritornello.
Il loro esecutore principale è il lettore o l’attore recitante. Il poeta ne è il compositore.
Si potrebbero scrivere decine e decine di pagine sulla musicalità dei versi di Palazzeschi, ma preferisco dare al lettore una loro idea lasciandoglieli echeggiare naturalmente dentro la testa…
IL PAPPAGALLO**
La bestia à le piume di mille colori
che al sole rilucion cangiando.
Su quella finestra egli sta da cent’anni
guardando passare la gente.
Non parla e non canta.
La gente passando si ferma a guardarlo,
si ferma a chiamarlo,
si ferma fischiando e cantando:
ei guarda tacendo.
Lo chiama la gente,
ei guarda tacendo.
(**Ibidem)
d. devivo





