Tikete taket i tak
te me taket i tak a mi?
mi takàt i tak a ti?
taketi ti i to tak
tikete taket i tak*
E’ con questo scioglilingua milanese come con altri intrecci sonori quali filastrocche, canzoni, scat, nonsense, rap e molto altro che Enrico Strobino e Mario Piatti ci invitano a creare musica seguendo le onde altisonanti del loro Anghingò:
“… un libro per fare musica, o meglio un libro che vorrebbe invogliare tutti gli insegnanti e gli animatori musicali a partire da un modo primordiale del fare musica: usare la voce per fare suoni che abbiano sembianze musicali, pensare a una musica che nasca da testi parlati, dalla trasformazione delle parole quotidiane, su su fino alle filastrocche e alle canzoni ...”
… un libro che chiama in causa la voce per farla strumento esecutore principale: a partire da un “incipit” di poche note, via via la si “vede” farsi carico di altri suoni, quindi moltiplicarsi e aggregarsi, per poi manifestarsi ora in una forma ora in un’altra, prendere le sembianze delle parole e dar loro o togliere significato, formare testi… sino alla sua trasformazione finale più completa e complessa: la canzone.
Anghingò è un vero laboratorio di manipolazione del suono adatto al paroliere e al musicista. Ma a chi anche desidera far apprendere le magie della musica a degli iniziati, facendoli giocare con i suoni, con le parole, e utilizzando questi come tanti fili sonori di piccoli e grandi tessuti musicali da cucire e scucire a proprio piacimento, in varie forme.
Anghingò è un vasto campo dove si può esplorare il suono nella sua natura più intima e primordiale, e sperimentarlo, modellandolo con la voce. E’ un manuale. Una guida. E’ un ricettario sonoro necessario al paroliere e a chi come lui desideri ricavare sempre del nuovo materiale con cui dar alito alle proprie creazioni musicali…
… ma è anche una scatola di simpatici giochi verbali…
An ghin gò
tre galline e tre cappò
dove andavano non so:
forse andavano al mercato
a comprare il pan pepato …
d. devivo
(*si mette in scena il dialogo fra un ipocrita e un ciabattino: «Tu che attacchi i tacchi, puoi attaccare i tacchi a me?» E il ciabattino all’ipocrita, anche lui in realtà ciabattino: «Io attaccare i tacchi a te? Attaccateli tu, i tuoi tacchi, tu che attacchi i tacchi! » [Dossena 1997])



