“La musica e la canzone nel cinema” (prima parte)

 

 

E’ il 1938. Il Ministero della giustizia americano avvia una causa (il “caso Paraumont”) che termina dieci anni dopo provocando un profondo mutamento nella struttura cinematografica dell’America. Quello che fino a pochi anni prima è stato un perfetto sistema a concentrazione verticale che detiene il pieno controllo sulla produzione, distribuzione e proiezione di film, ora si ritrova a dover dividere con produzioni indipendenti ed europee parte del suo lavoro e dei suoi incassi. È il declino dello studio system, il suo disfacimento (in parte anche dovuto ai cambiamenti di mentalità e di abitudini avvenuti tra gli americani al termine della seconda guerra mondiale).

 

Sin dalla sua esistenza, uno dei punti forti dello studio system è stato la specializzazione per generi. Questo ha permesso di (a) ottenere la massimizzazione dei mezzi e dei profitti; (b) avere il migliore sfruttamento della gestione economica dei film. Uno tra i vari generi di successo degli studios era il musical. Vediamo come e perché è andato via via trasformandosi.

 

«Il declino di Hollywood degli anni ’50 portò alla necessità di indirizzarsi più sistematicamente verso particolari settori dell’audience. Hollywood si allea con l’industria discografica per raggiungere i giovani, con musical rivolti ai teenager» (Shuker 2001: 127).

Perché proprio i giovani? L’America, uscita da un conflitto ed entrata in un altro (la guerra in Corea), non è più vista come quel meraviglioso mondo in cui tutto è buono, bello e grande e in cui all’improvviso ci si può mettere a cantare e a ballare per esternare gioie personali e collettive (rappresentazione del classico musical). Gli americani, e soprattutto i giovani, hanno bisogno di vedere e sentire la verità. Vogliono sapere perché migliaia di loro coetanei sono mandati a morire in una guerra ritenuta sotto tutti gli aspetti “ingiusta”. E, soprattutto, hanno bisogno di manifestare il proprio disprezzo, la propria ribellione al sistema americano svelatosi deludente. Allora, quale miglior arma offrir loro se non una compartecipazione emotiva alle “dure” parole e ai “duri” suoni di una musica che si presenta sotto tutti gli aspetti scatenata, aggressiva e provocatoria? Ecco allora comparire il rock ‘n’ roll ed Elvis Presley (quel cantante che recita sia nei film che nei programmi televisivi [l’avvento della televisione è stato un altro fattore determinante ai cambiamenti del settore cinematografico]), che dànno inizio al rapido deteriorarsi del musical classico e al sorgere di un nuovo modo di mettere in scena della musica.

 

 

 

A partire dagli anni ’50, la fusione di Hollywood con il settore discografico ha dato vita a tre nuovi generi di film musicali:*

 

§  musical rock/pop

§  rockumentary

§  colonne sonore

 

Il musical rock/pop. Ha gli stessi stili narrativi del musical classico, da cui deriva: la trama giustifica l’esecuzione delle canzoni e il musicista recita se stesso o un personaggio.

Faccio rientrare in questo genere, inserendolo però come sottogenere, il film The Blues Brothers (1980), di Jhon Landis. Difatti questo è un «grandioso e validissimo spettacolo comico musicale, indubbiamente riuscito nelle musiche (con la presenza di molti divi), nella grandiosità delle scene d’azione, nell’efficacia degli aspetti umoristici.» (Segnalazioni cinematografiche).

È definito «spettacolo comico musicale» in quanto effettivamente non si prende proprio sul serio fino in fondo, e mostra al pubblico dei piccoli sketch – in parte anche comici – in sostituzione delle classiche performance musicali, rivelando così il lato revisionista e parodico del musical classico.

Certo è che il film è musicale, ma ibrido nella sua natura stilistica (musicale, commedia demenziale, thriller). La struttura è quella del musical: la trama («Per procurare 5.000 dollari necessari per pagare le tasse arretrate dall’orfanotrofio in cui sono cresciuti, e scongiurarne così la chiusura, due fratelli decidono di riunire tutti i vecchi componenti della loro band musicale. Ma non è semplice avere successo e gli artisti ne combinano di tutti i colori.» [Yahoo]) giustifica l’esecuzione delle musiche (e qui lo sfondo musicale inneggia a un genere, il blues, che si dichiara più che adatto al ruolo per cui è stato ingaggiato nel film stesso, consideratane anche la natura ribelle-trasgressiva dell’espressione musicale. Quasi come nel film The Commitments di Alan Parker – 1991, con la differenza che lì s’inneggia in tono serio e professionale al soul). Difatti il regista ci rende spettatori di balli e di numeri musicali, e le guest star diventano dei personaggi del film e presentano una loro canzone all’interno della storia. E in più, i protagonisti recitano se stessi ed eseguono le canzoni. È una citazione dei vecchi musical sia come struttura sia come spettacolo dal vivo. È una citazione nostalgica divenuta oggetto di culto di una e più generazioni.

«Perfettamente in sintonia con lo spirito ribellistico e irriverente dei tempi, il film di Landis si è trasformato quasi immediatamente (anche per la presenza sulfurea di Belushi) in un fenomeno di costume, un canone di eleganza (occhiali Rayban modello Wayfarer, cravatte lunghe e strette, cappello e vestito rigorosamente neri), un inno alla musica blues e una pietra miliare della comicità demenziale. Una lista infinita di partecipazioni straordinarie. Assolutamente geniale.» (Paolo Mereghetti)

 

 d. devivo


 

*Sibilla, Gianni. I linguaggi della musica pop, 2003, Bompiani.

 

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