mag 30

 

« … I poeti non guidano la macchina. I poeti non vanno al supermercato. I poeti non vanno a buttare la spazzatura. I poeti non partecipano al consiglio d’istituto della scuola dei figli. I poeti non vanno a picchettare l’Istituto Case Popolari o quello che è. I poeti non… i poeti nemmeno parlano al telefono. I poeti in generale con le persone non ci parlano proprio. I poeti passano molto tempo ad ascoltare … E muoiono al verde. Oppure affogano nei laghi. I poeti di solito muoiono senza happy end … » (Bob Dylan)

Tu sei un poeta? o magari un aspirante o un consumato paroliere… o tutti e due, e vai alla ricerca di una soluzione alla sindrome del foglio bianco, inquietudine che ti ha appena colpito.

Si apprende molto, dai pensieri di ogni artista. E ancora di più se questi sono grandi artisti. E molto di più, se ancora più grandi. Fatto sta che nelle loro parole ogni creativo si ritrova. E si confronta, si conforta. Così come nelle loro sentenze, in cui ogni umano si rifugia, condiscendente.

Tanto ho percepito sfogliando le pagine di questa bella e preziosa “antologia” dell’autore di canzoni, recapitatami dalla minimum fax:

 

 

 

song 

 

Un libro dai toni aggraziati e delineati in un formato tascabile (si “accoscia” perfettamente tra le mani), morbido da sorreggere e da sfogliare. Ma saldo nelle parole, soprattutto.

E che parole! quelle sgorgate dalla bocca di artisti del calibro di Lou Reed, Neil Young, Paul Simon. E ancora Joan Baez, Jackson Browne, Merle Haggard. E tanti altri. Parole destinate ad accudire i segreti intimi del mestiere del songwriter, ma che qui, grazie all’opera tenace di Paul Zollo, sono svelati e mostrati come un ricco puzzle (i cui pezzi sono il collante della celebrità degli autori). E come tale, noi lo osserviamo per trarne preziosi suggerimenti. E per sognare, con le sue parole: Interviste sull’arte di scrivere canzoni.

E di vera arte, si tratta.

« … Abbiamo dei grossi problemi perché nelle nostre canzoni scriviamo quello che accade in questi tempi… Per cui a volte è difficile pure cantarle … »

Ma se per David Crosby è difficile pure cantarle, per te, con quello che accade in questi tempi, non sarà addirittura difficile solo pensarle?

 

 

d. devivo

 

 

 

www.minimumfax.com

 

mag 24

  

 

Era il titolo di una trasmissione televisiva, ancora in bianco e nero e quindi di parecchi anni fa, che per la prima volta presentava al grande pubblico TV quelli che scrivevano le parole delle canzoni, i parolieri, appunto. Ricordo di aver visto per la prima volta le facce allora giovani di Mogol, Pallavicini, Alberto Testa, Nisa, Chiosso, Migliacci ed altri di cui non ricordo i nomi ma che a me, ragazzino, alle prese con la mia prima fisarmonica, parevano degli impiegati con giacca e cravatta. Mi sembrava, a torto, che non avessero nulla da spartire con il rutilante mondo della canzonetta che allora presentava i vari Peppino di Capri prima maniera, Fred Buscaglione, Tony Dallara, Modugno e le signore Nilla Pizzi e Tonina Torielli insieme alle nuove leve Mina, Milva, Ornella Vanoni. Ed invece erano anche loro gli artefici di tutti i grandi successi che ancora oggi ricordiamo.      
Da quella volta non mi pare che la televisione abbia mai più portato alla ribalta né qualcuno di loro né le nuove leve per far conoscere al grande pubblico coloro che con i loro versi hanno a volte divertito, a volte fatto sognare, a volte fatto pensare milioni di persone e comunque contribuito al successo di tante canzoni. Il fatto in sé non mi stupisce dato che gli autori, specie nelle trasmissioni televisive,  non sono neppure citati nei titoli di coda al pari dell’ ultimo degli attrezzisti di studio, con tutto il rispetto per il loro lavoro.

Ed il lavoro nostro dove lo mettiamo ? Il riferimento alla trasmissione televisiva di tanti anni fa è solo uno spunto per dire che il “grande pubblico” non conosce gli autori di quello che, volenti o nolenti, è il sottofondo della nostra vita quotidiana. Tutti conoscono i grandi nomi della musica pop e pensano che i loro grandi successi siano frutto solo della loro pur grandissima bravura. Spesso questi sono stati confezionati in collaborazione con altri che a loro volta meriterebbero di essere conosciuti. E più si conoscono quelli che lavorano dietro le quinte più si capisce quanto sia importante il loro lavoro e quanto, giustamente, debba essere riconosciuto e retribuito (dalla Siae) e non considerato già come un privilegio il fatto di poter lavorare con quei grossi nomi. Anche perché tutti gli altri autori che non hanno questa possibilità o capacità o privilegio, hanno tutto il diritto di far sapere che esistono, che esiste il loro lavoro, esattamente come un qualsiasi altro professionista.

 

da Il giornale degli autori

 

www.eugeniodelsarto.com

 

mag 20

 

 

“… parole, parole, parole / parole, soltanto parole, parole tra noi …”

 

Sono soltanto parole…

solo parole.

Parole con cui l’essere umano ha migliorato, gestito e affermato la propria esistenza, impiegandole per comunicare con i propri simili e con questi allearsi, per la garanzia della sopravvivenza e quindi della vita stessa. E per conquistare il suo e altri mondi. E per scoprire l’ignoto. Per creare arte.

Parole.

Solo parole.

Esseri viventi che tramite se stessi si sforzano di modulare suoni, per comunicare, per parlare. Esseri parlanti che producono parole. Parolieri.

Parolieri nascosti. Chiunque è paroliere. Ci si distingue solo dalla scelta e dal modo di accostare le parole. Scrittori, filosofi, scienziati… ognuno ha i suoi metodi. Musicisti, artisti, poeti: ciascuno con i propri suoni, il proprio ritmo.

E c’è chi questo ritmo lo rende incalzante, a tal punto da camuffarlo nelle vesti di una vera musica. Una musica ritmata travestita da parole, ma priva dei suoni di altri strumenti di accompagnamento. Una “solista”. E si esibisce in virtuosismi cadenzati:

 

 

BLUSBUGHIVUGHI di Luigina Bigon

 

  

Chicago   in   blues    Chicagooo!

ritmo che ritorna

voce   suonatori   suono.

Passo dal soft sincopato

al piede che batte,

riempio la misura

il regolo

il tempo

Accanto a me lui  -  luiii i i (ginaa!)

la vena

il vino

(bevo caffècofi)

e tu che ti misuri

al ritmo di un interno

americano

tavolini    libri    musica

boy    bicchieri    book

familystore

un basso    due chitarre elettriche

due cantanti

e  la spinetta.

Rigiro il bicchiere

sorseggio

respiro

mi lascio vivere

   bughivughi

ritratti alle pareti

foto in bianco e nero

batto il tempo

teenagers sul sofà.

Oltre le vetrine

insegne rossealneon,

l’avenue che svetta nella notte.

 

 

Una musica che suona in versi, come fa notare Luigina stessa:

 

« … questa è la poesia, pura sequenza d’alfabeti, metafore, allegorie, suoni, divertissements, finezza artistica, sublimazione, bellezza estrema, spiro cristallino, Dio! arriva come un lampo e fluisce generosa come il sangue senza arrestare la sua corsa. A volte afferrarla è quasi impossibile … »

 

Afferrarla è quasi impossibile, ma cantarla è più che probabile.

 

 

d. devivo

 

 

www.luigina.bigon.literary.it

  

 

mag 18

  

 

 

Saper scrivere, l’amore per la musica e un buon senso ritmico. Questi sono gli ingredienti essenziali per essere un buon paroliere. Con in aggiunta una sufficiente dose di talento. Scoperte queste qualità, si possono poi raffinare, frequentando una scuola.

In Italia le scuole che perfezionano l’attività del paroliere non sono moltissime. Anzi, a dir la verità si contano su mezza mano. A chi non avesse le possibilità di frequentarle, conviene prendere contatti direttamente con chi è del mestiere. 

 

dscn0693

 

 Qui (in una scuola) si può imparare a creare un testo su misura per lo specifico scopo comunicativo (canzone per bambini, per raccontare una storia, di protesta sociale, d’amore …) considerando la natura della musica su cui andrà montato, e il suo linguaggio (si può essere musicisti oppure no!). E si approfondisce lo studio della metrica, si hanno nozioni sul ritmo.

Non va trascurato lo studio in generale: una conoscenza più o meno approfondita del mondo che ci circonda e di tutto quello che accade. Conoscere l’essere umano e le sue passioni, le sue gioie, i suoi dolori … il suo destino. E saperli raccontare, musicati.

Pronti allora per questo appassionante e lungo viaggio? e non temete di volare: la musica vi sosterrà tenacemente per tutta la sua durata.

 

d. devivo

  

mag 15

  

 

Il paroliere è un comunicatore, un “accordatore”, uno scrittore (specifico).

Un comunicatore, perché attraverso le sue parole trasmette idee, stati d’animo e la propria visione del mondo. Queste sue parole — ascoltate e interpretate dalla gente — sono dei messaggi: è la comunicazione.

Un “accordatore”, perché le parole sono suoni, e questi suoni sono “accordati” con altri suoni (quelli musicali): è la canzone.

Uno scrittore, perché le sue parole si presentano sotto forma di testo, e questo ha delle specificità di composizione: è per farlo muovere insieme alla musica…

.. uno scrittore, già… s’impara a diventare scrittori? qualcuno ci insegna a provare dei sentimenti? ad amare? a sognare? a essere creativi? … a piangere? e a travestire i nostri stati d’animo in testo? …

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Una scuola di scrittura insegna le tecniche per scrivere un testo efficace e corretto in una determinata lingua. Non insegna a inventare contenuti — sono già dentro di noi: sono le nostre esperienze di vita, la nostra cultura! — ma trasmette delle tecniche per riuscire a manipolare e a trasformare questi contenuti, dopo che sono diventati testo.

Allo stesso modo, una scuola per parolieri insegna le tecniche di scrittura necessarie a comporre e montare un testo efficace e corretto sopra delle note musicali (in simbiosi con la musica ospitante). In pratica, insegna ad accorgerti dei tuoi contenuti, a dargli una prima forma e a manipolarli. E poi a metterli in sella su di un pentagramma (la velocità di corsa? ma è scritta a inizio rigo!)

 

d. devivo

 

[continua…]

 

mag 12

 

 

Ci si potrebbe chiedere: ma un paroliere che non conosce la grammatica musicale (note, figure, valori, etc.), come può scrivere un testo da montare sulle note di una canzone?

Non avere conoscenza della grammatica musicale non significa non avere musicalità. E la musicalità si manifesta ogni qualvolta noi parliamo (facciamoci caso!), cioè ogni volta che produciamo suoni sotto la veste delle parole…

 

SOttolaVEste DELlepaROle

PA’papaPA’pa PA’papaPA’pa

 

Questa musicalità si chiama cadenza (andamento ritmico), ed è sufficiente al “paroliere musicato” per il montaggio di un testo su di una melodia.

 

 

Una melodia ha una sua cadenza (che si percepisce durante l’ascolto, anche se non si conosce la grammatica musicale). Il “paroliere musicato” che scrive il testo per quella melodia, cerca di sfruttare una combinazione di parole con cadenza uguale a quella della melodia, così da poter sovrapporre al ritmo di questa il ritmo delle parole. Poi, di seguito, fa in modo di far combaciare la frase verbale con quella musicale: accento forte su accento forte, accento debole su accento debole, suono su sillaba e sillaba su suono. Facile, no?

Però, oltre agli accenti ritmici (cadenza), il paroliere non musicista deve anche considerare gli accenti tonici (dati dalle vocàli accentàte nélle sìllabe), soprattutto se il testo da lui composto è una poltiglia di monosillabi (come accade spesso in qualche canzone di un qualche genere particolare). Questi i suoi strumenti: accento ritmico e accento tonico.

Tutto qui?

Questo è quanto un “paroliere musicato” deve riuscire a fare… (anche con l’aiuto di un po’ di conoscenza del fenomeno della fusione delle vocali… la cosiddetta sinalefe. E’ per ottenere un buon accoppiamento ritmico sillabe-suoni).

Ma non azzardiamoci a pensare che tutti questi “nodi” non devono essere sciolti da un paroliere musicista, anche se lui, a differenza del “paroliere musicato”, ha un’arma in più: può effettuare interventi chirurgici leggermente più selettivi sulle note. Il risultato — comunque — è sempre lo stesso: una musica fresca parlante.

 

d. devivo

  

mag 10

 

 

Ci sono, inoltre, due filoni che si sviluppano contemporaneamente a questo genere e che non sono proprio dei musical. Uno è quello dei film che drammatizzano e narrano la vita di musicisti (per esempio Purple Rain diretto da Albert Magnoli – 1984). L’altro è quello in cui la musica pop è lo sfondo socio-culturale della trama (per esempio Flash Dance diretto da Adrian Lyne – 1983).

Vicino al musical è la rockopera, una trasposizione cinematografica di dischi composti da canzoni collegate in una struttura narrativa consequenziale.

The Wall dei Pink Floyd (regia di Alan Parker – 1982) ne è un eccellente esempio. Diversamente dagli altri film che dal momento del loro concepimento sono passati prima alla carta e poi in pellicola, The Wall è nato principalmente per diventare un doppio album di musica pop, e solo pochi anni dopo è stato realizzato anche il suo film. Quindi The Wall è un film tratto dalla musica e non delle musiche composte per un film. Voglio precisare questo per capirne meglio il linguaggio. Partiamo dal messaggio che trasmette.

thewalldvd2

Già solo come opera musicale, l’album racchiude 26 canzoni concatenate che raccontano la vita del loro autore: dall’infanzia (la scuola, la perdita del padre nello sbarco di Anzio durante la seconda guerra mondiale, la madre possessiva, la sua sensibilità) al momento dello scioglimento del matrimonio (il tradimento, la solitudine, la sua musica e la soffocante industria discografica, la follia), alternata da eventi sociali di quel tempo. Il motore principale di tutto il racconto è la guerra e la sofferenza dell’autore per la perdita del padre e per tutto ciò che di negativo questo dolore gli ha causato in seguito. Tutto quanto è musicato attraverso le 26 canzoni. Il film ne è la trasposizione cinematografica.

Guardando un film concepito per essere “un film” (nel senso comune che intendiamo), vediamo emergere un climax e il suo scioglimento, alla fine. Tutto secondo i suoi canonici tre atti (o con qualche variante). Questo però non accade visionando The Wall. O perlomeno non accade normalmente come accadrebbe assistendo alla visione di un film non classificabile come rockopera. Infatti, nonostante le 26 canzoni siano concatenate e trasmettano nell’insieme un messaggio (andando a costituire nel complesso un’unità narrativa completa), ciascuna di queste canzoni si può ritenere già di per sé un micro-racconto completo. Tanti micro-racconti che sommati diventano un racconto unico privo di un climax, a livello narrativo. Ma non a livello musicale.

Infatti, ogni canzone trasmette musicalmente, in più punti, momenti di tensione seguiti da momenti di rilassamento, e viceversa. Tanti piccoli “climax” distribuiti in 3, 5 o più minuti che seguono analogicamente le parole del testo, per ogni canzone. I climax, in questo caso, sono rappresentati da bruschi passaggi dei suoni in volumi alti e bassi, per esempio. Come riprodurli nelle immagini?

Unendo le sequenze filmiche con un montaggio intellettuale. Se devo rappresentare un movimento del braccio dell’attore come una forza distruttrice degli effetti della guerra, ecco che lo associo all’immagine dell’esplosione di una bomba (esempio di climax). E in questo modo è trattata ogni sequenza narrativa in ogni canzone e in tutto il film. Ovviamente, il regista ha fatto uso anche del montaggio parallelo, analogico e analitico, per unire le scene più vicine alla classica narrazione cinematografica (per esempio l’apertura della porta della stanza dell’albergo associata per analogia allo sfondamento dei cancelli, all’inizio del film).

Nel film c’è anche la presenza di elementi della struttura dei videoclip (montaggio non narrativo di sequenze legate alle parole, alla musica, alla figura dell’interprete), che si possono trovare e circoscrivere all’interno di ogni micro-racconto piuttosto che vederli disseminati come collante tra le varie canzoni, nel racconto filmico totale (non per niente il videoclip è definito come «un breve testo audiovisivo in cui si mette in scena per immagini una canzone» [Gianni Sibilla]. In questo caso il breve testo audiovisivo coincide con il micro-racconto musicale).

Per approfondire l’analisi, posso dire che nel film ci sono richiami al fantasy e alla fantascienza -esplicitati anche tramite l’inserimento di alcune sequenze realizzate con il disegno animato – e al film muto.

Concludo affermando che The Wall è un’opera estremamente complessa e completa, in cui musica, parole, immagini reali e fantastiche, disegni animati concorrono a formare un’unità narrativa estremamente potente e ricca d’informazioni, a tal punto da tracciare con estrema precisione e sensibilità il dramma più analizzato e raccontato dai registi di ogni tempo: il dramma individuale della vita umana.

I Rockumentaries. Sono documentari rock, cioè film che documentano festival musicali, tour, concerti, eventi rock, etc. (per esempio Woodstock – 1970) e che rientrano in pieno nella categoria dei film.

Le colonne sonore. Anche qui s’individuano due filoni. (1) Quello delle colonne sonore propriamente dette (score) che accompagnano lo svolgersi dell’azione, e (2) quello dell’uso delle canzoni pop come sfondo musicale. In quest’ultimo caso possiamo avere: (a) canzoni originali (sono tratte dal tema del film e possono concorrere all’assegnazione dell’Oscar); (b) riproposizione di canzoni popolari esistenti. In entrambi i casi, questi due filoni completano con la musica l’azione narrativa.

American Graffiti (di George Lucas, 1973) è un ottimo esempio di come la riproposizione delle canzoni popolari serva per contribuire alla costruzione e alla comprensione della storia di un’epoca.

american-graffiti1

 

Prodotto negli anni ’70 ma ambientato negli anni ’50, il film vuole offrire allo spettatore giovane uno sguardo nostalgico al passato. I college e i loro balli, le ragazze, i fast food, le gare automobilistiche. Le prime bravate. Sembra di stare di fronte a un album fotografico mentre qualcuno più grande di te lo sfoglia raccontandoti le vicende che ogni immagine custodisce. E con in più il suono delle canzoni classiche dell’epoca (come se ci fosse un tappeto musicale che fuoriesce stridente da un giradischi posto alle tue spalle). E ti viene da chiedere cos’è che riesce a trasportarti di più indietro nel tempo… le immagini o le note musicali? Ancora una volta, ecco un altro regista che ha saputo mostrare al pubblico l’importanza della musica come elemento essenziale nella realizzazione di un racconto filmico. Ed è la completa simbiosi.

 

d. devivo

  

 

mag 9

 

 

E’ il 1938. Il Ministero della giustizia americano avvia una causa (il “caso Paraumont”) che termina dieci anni dopo provocando un profondo mutamento nella struttura cinematografica dell’America. Quello che fino a pochi anni prima è stato un perfetto sistema a concentrazione verticale che detiene il pieno controllo sulla produzione, distribuzione e proiezione di film, ora si ritrova a dover dividere con produzioni indipendenti ed europee parte del suo lavoro e dei suoi incassi. È il declino dello studio system, il suo disfacimento (in parte anche dovuto ai cambiamenti di mentalità e di abitudini avvenuti tra gli americani al termine della seconda guerra mondiale).

 

Sin dalla sua esistenza, uno dei punti forti dello studio system è stato la specializzazione per generi. Questo ha permesso di (a) ottenere la massimizzazione dei mezzi e dei profitti; (b) avere il migliore sfruttamento della gestione economica dei film. Uno tra i vari generi di successo degli studios era il musical. Vediamo come e perché è andato via via trasformandosi.

 

«Il declino di Hollywood degli anni ’50 portò alla necessità di indirizzarsi più sistematicamente verso particolari settori dell’audience. Hollywood si allea con l’industria discografica per raggiungere i giovani, con musical rivolti ai teenager» (Shuker 2001: 127).

Perché proprio i giovani? L’America, uscita da un conflitto ed entrata in un altro (la guerra in Corea), non è più vista come quel meraviglioso mondo in cui tutto è buono, bello e grande e in cui all’improvviso ci si può mettere a cantare e a ballare per esternare gioie personali e collettive (rappresentazione del classico musical). Gli americani, e soprattutto i giovani, hanno bisogno di vedere e sentire la verità. Vogliono sapere perché migliaia di loro coetanei sono mandati a morire in una guerra ritenuta sotto tutti gli aspetti “ingiusta”. E, soprattutto, hanno bisogno di manifestare il proprio disprezzo, la propria ribellione al sistema americano svelatosi deludente. Allora, quale miglior arma offrir loro se non una compartecipazione emotiva alle “dure” parole e ai “duri” suoni di una musica che si presenta sotto tutti gli aspetti scatenata, aggressiva e provocatoria? Ecco allora comparire il rock ‘n’ roll ed Elvis Presley (quel cantante che recita sia nei film che nei programmi televisivi [l’avvento della televisione è stato un altro fattore determinante ai cambiamenti del settore cinematografico]), che dànno inizio al rapido deteriorarsi del musical classico e al sorgere di un nuovo modo di mettere in scena della musica.

 

 

 

A partire dagli anni ’50, la fusione di Hollywood con il settore discografico ha dato vita a tre nuovi generi di film musicali:*

 

§  musical rock/pop

§  rockumentary

§  colonne sonore

 

Il musical rock/pop. Ha gli stessi stili narrativi del musical classico, da cui deriva: la trama giustifica l’esecuzione delle canzoni e il musicista recita se stesso o un personaggio.

Faccio rientrare in questo genere, inserendolo però come sottogenere, il film The Blues Brothers (1980), di Jhon Landis. Difatti questo è un «grandioso e validissimo spettacolo comico musicale, indubbiamente riuscito nelle musiche (con la presenza di molti divi), nella grandiosità delle scene d’azione, nell’efficacia degli aspetti umoristici.» (Segnalazioni cinematografiche).

È definito «spettacolo comico musicale» in quanto effettivamente non si prende proprio sul serio fino in fondo, e mostra al pubblico dei piccoli sketch – in parte anche comici – in sostituzione delle classiche performance musicali, rivelando così il lato revisionista e parodico del musical classico.

Certo è che il film è musicale, ma ibrido nella sua natura stilistica (musicale, commedia demenziale, thriller). La struttura è quella del musical: la trama («Per procurare 5.000 dollari necessari per pagare le tasse arretrate dall’orfanotrofio in cui sono cresciuti, e scongiurarne così la chiusura, due fratelli decidono di riunire tutti i vecchi componenti della loro band musicale. Ma non è semplice avere successo e gli artisti ne combinano di tutti i colori.» [Yahoo]) giustifica l’esecuzione delle musiche (e qui lo sfondo musicale inneggia a un genere, il blues, che si dichiara più che adatto al ruolo per cui è stato ingaggiato nel film stesso, consideratane anche la natura ribelle-trasgressiva dell’espressione musicale. Quasi come nel film The Commitments di Alan Parker – 1991, con la differenza che lì s’inneggia in tono serio e professionale al soul). Difatti il regista ci rende spettatori di balli e di numeri musicali, e le guest star diventano dei personaggi del film e presentano una loro canzone all’interno della storia. E in più, i protagonisti recitano se stessi ed eseguono le canzoni. È una citazione dei vecchi musical sia come struttura sia come spettacolo dal vivo. È una citazione nostalgica divenuta oggetto di culto di una e più generazioni.

«Perfettamente in sintonia con lo spirito ribellistico e irriverente dei tempi, il film di Landis si è trasformato quasi immediatamente (anche per la presenza sulfurea di Belushi) in un fenomeno di costume, un canone di eleganza (occhiali Rayban modello Wayfarer, cravatte lunghe e strette, cappello e vestito rigorosamente neri), un inno alla musica blues e una pietra miliare della comicità demenziale. Una lista infinita di partecipazioni straordinarie. Assolutamente geniale.» (Paolo Mereghetti)

 

 d. devivo


 

*Sibilla, Gianni. I linguaggi della musica pop, 2003, Bompiani.

 

mag 9

 

 

 

Ciao Antonello. Prima di tutto ti voglio ringraziare per essere qui a parlarci di te e di questo bellissimo e difficile mestiere, il paroliere.

 

Parlando appunto della sua difficoltà, quali ostacoli hai incontrato per affermarti come paroliere, soprattutto agli inizi della tua carriera?

 

Antonello: Il mio primo ostacolo fu l’allora RCA, che pure mi aveva invitato a dare un contributo alla sua produzione debordante. Ci approdai nei primi anni ’70, quando la multinazionale aveva già un suo parco autori e i giochi erano fatti. “Rien ne va plus”. Era pieno di correnti lì dentro e per non prenderti una broncopolmonite dovevi entrarci con il cappotto anche d’estate. Però c’era un bel bar all’RCA, e tutti a darsi manate sulle spalle, baciati dal Padreterno e non. I risultati erano tanti per pochi e pochi per tanti.

 

Quali consigli daresti a un giovane che “da grande” volesse fare del paroliere il mestiere della sua vita?

 

Specie al giorno d’oggi, sconsiglierei chiunque. Se poi la passione dovesse traboccare, suggerirei di tenere questo mestiere come seconda attività o come passione. La passione diventa antipatica però, quando non è corrisposta. E l’ambiente della musica è arido come la gola di un assetato di questi tempi… o come una donna che ti snobba.

 

E se la passione gli traboccasse, quale e quanta cultura dovrebbe avere?

 

Un po’ di confidenza con l’italiano, con la metrica e con il cuore.

 

E il talento? quanto?

 

Il talento dovrebbe essere un valore assoluto, ma adesso non lo è più. Il metro di valutazione è affidato a musicisti falliti, raccomandati, a Simona Ventura. La valutazione vera dovrebbe essere data, per regola, dal consenso di chi acquista musica. Tutti quelli di talento dovrebbero avere la loro chance.

 

A proposito di talento… qual è stata la prima canzone – o meglio le prime parole da te scritte, il testo – che ti ha affermato come paroliere?

 

Il mio primo testo in assoluto fu “Il ragazzo del sud”, una versione italiana di “Banana Boat” di Harry Belafonte. Quello che ebbe una buona eco fu “Padre Davvero” di Mia Martini.

 

E qual è stata la canzone che ha avuto maggior successo fino a oggi in tutta la tua carriera?

 

E’ una bella lotta tra “Anima mia” e “Laura non c’è”.                 

 

E il testo di cui vai più orgoglioso?

 

Tutti quelli scritti di getto senza ricorrere al mestiere, mi rappresentano di più. Vanno cercati negli album dei vari artisti con i quali ho collaborato, visto che quasi mai sono stati dei singoli. Si riconoscono subito perché sanno di vero.

 

A proposito della tua Anima mia… che effetto ti fa, a distanza di più o meno 40 anni, di sentirla ancora intonare anche dalle labbra dei più giovani?

 

Anima mia è un evergreen, ha una sua strana magia che resisterà al tempo se la musica vuole.

 

Chi ha deciso di affidare Anima mia alle voci dei Cugini di Campagna?

 

Loro erano gli autori della musica, fu un fatto naturale che la cantassero.

 

Secondo te, il vero successo di una canzone è dovuto più: alle parole, alla musica, agli interpreti o a tutti e tre insieme? E’ dovuto anche ad altro? Per esempio alle strategie di mercato… alle capacità divulgative e persuasive dei mass media…

 

E’ dovuto a tutte queste cose messe insieme. Se dovessi fare una graduatoria, dando per scontata una buona promozione, privilegerei la musica e l’interprete.

 

Torniamo ancora agli anni ’70: Padre davvero e Mia Martini… qual è la loro relazione?

 

Che io l’ho scritta senza neanche conoscere Mimì e lei l’ha interpretata. Caso volle che venissimo ambedue da una situazione conflittuale con la figura paterna. Fu subito sintonia.

 

Che ricordo hai di Mia Martini?

 

Mimì era una grande artista e una donna ancora più grande.

 

Circa otto anni più tardi, nel 1978, hai inciso il tuo primo e unico 45 giri, dal titolo: Sai che ti dico? ma vaff…, che a causa di una parolaccia inserita nel testo è stato censurato dalla RAI. Com’è cambiato il modo di percepire e di vivere una canzone, da allora fino a oggi?

 

In quel periodo incisi “Esser puttane” con il mio nome, “Sai che ti dico” e “Linda Linda” con lo pseudonimo di Joe Alaria. Quest’ultima vendette bene in un paese del Sud America, non ricordo bene quale… Tornando alla tua domanda, devo dire che oggi le cose sono molto cambiate. Mandare a fare in culo qualcuno è quasi un’espressione d’affetto.

 

Quindi era meglio prima o è meglio ora?

 

Chi può dirlo? I tempi giusti, però, sono quelli che viviamo per il fatto che ci stiamo dentro. Se non ci piacciono, sta a noi cercare di cambiarli.

 

Tra le altre cose, hai svolto anche un’attività come educatore. Com’è stata la tua esperienza in questa veste nel carcere minorile? e quella nell’istituto per disabili psichici? Ti ha arricchito questa esperienza?

 

Ho imparato molto da quei ragazzi, loro hanno educato me.

 

Torniamo al paroliere. Oggi lavori con Nek e con altri artisti. Ti soddisfa il tuo lavoro?

 

Per Nek ho una grandissima stima, ma ridurre le parole e i concetti a un percorso stabilito da una musica già scritta comincia ad andarmi un po’ stretto.

 

Dal paroliere allo scrittore: il 27 febbraio 2007 hai pubblicato il tuo primo libro autobiografico, Non ho mai scritto per Celentano. Vuoi parlarcene brevemente?

 

E’ un bel libro, particolare. Parla di me, della musica, di quello che mi è successo – ed è successo – in questi ultimi cinquant’anni. L’ho affidato a una piccola casa editrice, ha fatto quello che ha potuto. Poco. Il libro meritava di più.

 

Anche tua figlia Valentina ha scritto un libro: Io di più, di più, di più. Di più nel senso che anche lei vorrebbe fare il paroliere seguendo le orme di suo padre?

 

Il libro di Valentina sta ottenendo un ottimo riscontro. Se Dio vuole non pensa di scrivere testi e, se Dio vuole, privilegia lo studio a tutto. Ama molto gli animali, vuole fare veterinaria e questo è un fatto. Poi lo scrivere verrà, se deve venire. E’ quello che ti dicevo prima, non si vive più soltanto di parole.

 

Già… le parole…

 

 

www.antonellodesanctis.com