apr 30

 

 

Nella precedente parte di questo articolo (parte due) abbiamo capito che per poter ascoltare un suono digitalizzato (esecuzione vocale, pianistica; opera, etc.) bisogna prima convertirlo in analogico (energia elettrica) e poi trasdurlo nella sua forma d’onda originaria, cioè sonora (pressione acustica).

Preso un oggetto qualsiasi, l’intero processo è questo, dall’inizio alla fine:

(per la digitalizzazione): da forma d’onda originale (per esempio suono), in trasduzione in forma d’onda elettrica, a digitalizzazione (codice binario, 0 e 1);

(per la sua percezione, per esempio l’ascolto): da digitale (codice binario), in conversione in forma d’onda elettrica, a trasduzione in forma d’onda originale (suono).

Sia all’inizio della trasformazione che alla fine troviamo sempre lo stesso oggetto: una forma d’onda di certe proprietà all’inizio, una forma d’onda delle medesime proprietà alla fine (più o meno, a seconda della qualità del processo di trasformazione). La natura è sempre la stessa. Né analogica, né digitale. E’ l’essere umano che è intervenuto a modificare temporaneamente il suo stato, in l’una o l’altra forma.

Ma se alla fine del processo di trasformazione ci troviamo a operare con un oggetto che ha la stessa natura che possedeva al principio (della sua trasformazione), cosa lo trasformiamo a fare? lo si fa per una sua conveniente manipolazione: riproduzione illimitata (priva di degradazione), trasmissione (quasi immediata), elaborazione (possibili mutamenti).

Ma cosa c’entra in tutto questo il paroliere?

Il discorso nasce quando si vuole identificare, valorizzare e ben determinare il lavoro del paroliere nell’ambito professionale.

Si parla della costruzione di un testo destinato a essere trasmesso con mezzi analogici o digitali? c’è qualche diversità di produzione per l’uno o l’altro? bisogna tenerne conto?

Come abbiamo visto, né l’analogico né il digitale ci permettono di fruire dell’oggetto in argomento, se non ricondotto nella sua forma natale.

Né l’udito né la vista sono sensibili all’energia elettrica o a un codice numerico, se questi non si presentano sotto forma di luce o di suono, e cioè nel loro primo aspetto.

Allora le domande da porsi vertono su tutt’altre direzioni (trascurando momentaneamente il contenuto del messaggio che il prodotto deve trasmettere): è un testo destinato alla pubblica esecuzione? dal vivo o attraverso i mezzi di riproduzione? quali? in quali luoghi? o destinato alla fruizione mediatica? in quale specifico settore? con quale specifico scopo?

Sono domande che riguardano il linguaggio e la forma del messaggio, non la natura che potrebbe assumere il testo passando da questo a quell’altro tramite.

 

d. devivo